GIOVANNI MARIA BORNI

GIOVANNI MARIA BORNI
(Iseo 1760 / Sondrio 1819)

« … io non ho che un amico: il trombone!»

Il personaggio di oggi, sebbene non si sia distinto in opere meritevoli, merita di essere menzionato in quanto esponente locale di un fenomeno storico più ampio, che prende il nome di «brigantaggio».

Nel settembre del 1803 Ferdinando Marescalchi, ministro per le Relazioni Estere della napoleonica Repubblica Italiana (1802 – 1805), invia a Napoleone un fitto rapporto su tale «Giovanni Maria Borni della Comune d’Iseo».

Nato a Iseo nel 1760, il Borni lascia presto il paese per trasferirsi a Edolo, dove si trasforma in un «bülo», come nel bresciano erano chiamati i «bravi» di manzoniana memoria. Di sapore manzoniano è anche l’episodio, riferito da Luigi Fé d’Ostiani, che segna l’ingresso nel mondo criminale del Borni: «Raccontasi che un dì, venendo il Borni a cavallo su per la valle, si imbatté in una brigata di amici, ch’egli credette gli venisse incontro per contendergli il passo. Dato subito mano all’arma da fuoco, che egli sempre portava seco in viaggio, la rivolse contro quelli che venivano verso di lui, e ad uno della comitiva che l’assicurava essere tutti suoi amici rispose:

“io non ho che un amico: il trombone!”; e così dicendo tirò, gravemente ferendo due di que’ giovani».

Condannato successivamente all’ergastolo per l’aver commesso due sanguinosi omicidi, approfitta del crollo della Repubblica di Venezia (1797) per uscire di prigione. Tornato a Brescia durante il Governo Provvisorio, trova ospitalità presso i nipoti del conte Lechi, al quale il Borni offre i propri servigi presso Bormio, dove il nobile era allora impegnato in un tentativo di insurrezione giacobina che gli costerà la vita.

A Brescia il Borni conosce il generale Gioacchino Murat (futuro Re di Napoli e cognato di Napoleone) e merita la fiducia di Giuseppe Lechi, che segue nella campagna contro la coalizione austro – russa. Nell’Ottobre del 1805 il Borni ottiene l’incarico di accompagnare Francesca «Fanny» Lechi Ghirardi presso Murat, impegnato nella Campagna di Germania. La Lechi aveva infatti instaurato una relazione extraconiugale con il Murat, tresca che verrà poi denunciata al Direttorio dal marito.

Queste frequentazioni permetteranno al Borni di sfuggire alla detenzione per tutta l’età napoleonica, nonostante gli sforzi diplomatici dispiegati per la sua cattura da Francesco Melzi d’Eril, vicepresidente della Repubblica Italiana napoleonica, uomo d’ordine e avversario del radicalismo democratico.

Emblematico è l’episodio della fuga del Borni dal carcere di Genova nel 1803, con la complicità del Doge Girolamo Luigi Durazzo, che indurrà Melzi d’Eril a richiedere a Napoleone la rottura delle relazioni diplomatiche con l’effimera Repubblica Ligure giacobina. Successivamente, Borni si trasferisce a Napoli presso la corte di Murat: alla rovinosa caduta di quest’ultimo torna a Genova, dove viene arrestato con l’avvento della Restaurazione.

Trasferito nelle carceri di Sondrio, muore prigioniero il 14 Ottobre del 1819, probabilmente per avvelenamento. Nel 1829, il figlio Rinaldo torna nella casa paterna ad Iseo. In quella casa, il patriota e letterato Gabriele Rosa conosce Clarice Borni (nipote di Giovanni Maria) la quale diverrà la sua sposa. A Iseo è presente vicolo Borni.

Michele Consoli

Biblioteca Comunale di Iseo

Fonti:

• Danesi G., Il bülo, in: Iseo alla caduta della Serenissima, «Nóter dè Isé», primavera 2008, p.9.• Fè d’Ostiani L., Brescia nel 1796, Brescia, 1908, pp.124s.• Massera S. – Simonetti I., La storia dell’uccisione del Conte Diavolo, Bormio 2000. • Selmi E. (a cura di), Sueri M.M. – Lechi Ghirardi F., in: La scrittura femminile a Brescia tra il Quattrocento e l’Ottocento», Brescia, 2001, p.124s. • Zaghi C. (a cura di), Rapporto di Marescalchi al Primo Console, in: I carteggi di Francesco Melzi d’Eril vol. V, Milano, 1958, n.1349.