El Licinsì

El Licinsì

Luoghi spesso periferici, in prossimità delle colline, ma anche in pieno centro storico come a Iseo; luoghi che rievocano ricordi malinconici, storie di personaggi bizzarri, aneddoti, canti, risate e liti, merende, racconti, giocatori a carte e alla “morra”, soprattutto memorabili bevute : sono i Licinsì. Quale occasione migliore per raccontarli se non il tempo della vendemmia? Perchè, in fin dei conti, la loro origine la si deve proprio alla vendemmia.

Il Licinsì, piccola licenza, o meglio, permesso temporaneo, caratterizzò la vendita di vino, dal produttore al consumatore, sino alla fine degli anni ’50. Funzionamento: il produttore dichiarava al Comune la quantità di vino rimasta invenduta, frutto della vendemmia dell’anno prima. Per smaltire l’eccedenza e far posto nelle botti al vino nuovo, veniva concessa una licenza di “mescita a tempo” al proprietario, al contadino o più frequentemente all’affittuario del vigneto (Masèr).

Il vino usciva direttamente dalle botti tramite la “spina” o dalla damigiana attraverso la “càna” (da cui il detto “el béf a càna”) e veniva servito in scodelle di legno. Il locale “sala da pranzo” del gestore o cantina, aveva spesso l’uso di cucina dove venivano preparate trippa, gallina bollita, polenta e…, ma generalmente l’avventore si portava il cibo: salame, formaggio, sardine, bertagnì.

Il Licinsì era un punto d’incontro tipicamente maschile: facchini, pescatori, manovali, sensali, artigiani; alle donne era riservato il compito a tarda sera di portarsi a casa mariti e fratelli troppo devoti al dio Bacco. Tanta era la devozione che i locali venivano chiamati anche “santelle” ed era vanto tra i fedeli andare in processione di santella in santella. Di queste, tre sono presenti nei miei ricordi d’infanzia: La “Orsola” en del Dòm, per conto dei Panella-Guerini, i Maffezzoni “Masirì” in vicolo Rustico (Bonardi Felicino e sorelle), Tocchella “frutta e verdura” in via della Quadra, poi sostituito dai Massussi e trasferitosi in vicolo Candele. In quel posto, per avere più spazio nella stanza di mescita (cucina), le damigiane venivano poste al primo piano e da qui, attraverso un buco nel pavimento, scendeva la canna di gomma.

Altre “santelle” mi sono state indicate dai “ragazzi” che frequentano l’osteria Cà de Cindri: Fasolini (1914), Scolari (1919), Valento (1925), ed il gnaro Primo Bòt (1927). La più importante era la Deèrta, della famiglia Zatti “Benedècc”, cascina tuttora esistente, davanti alla quale passava la vecchia stradina che portava al cimitero. La cantina dei Panèla, in vicolo del Volto, gestita dagli Archetti de “la Casola”, con botti a destra e a sinistra ed in mezzo tavoli e panche per i clienti. La “Minega”, prima di Cuèl (Covelo), di cui oggi non esiste nemmeno il fabbricato. La Cà Nöa dei Sögn (Zugni) alle Scheésade, in via Roma, “El Teardì” en font a cap, inizio via per Rovato, “Pesòt”, èl bubà de Bigio (il papà di Bigio) in vicolo delle Stalle (oggi vicolo Formenti). “Űlgio”, altro Pezzotti, al primo piano di una casa in piazza delle fontane (piazza Mazzini).

I Licinsì non erano caratteristiche iseana, ma sono ancora presenti nella memoria in tutta la Franciacorta. L’insegna era costituita dalla “Frasca”, una corona rivestita di verde (edera o alloro), appesa a un bastone che usciva a bandiera sulla porta del locale.

La tradizione dei Licinsì esiste ancora: in Germania si chiama STRAUSSWITTSCHAFT (STRAUSSE) dove la frasca viene sostituita da una scopa (sgarnéra) addobbata. In Austria BUSCHENSCHANKE .

Flaminio Pezzotti (Cindri)

da Punto d’Incontro nr.6 / settembre 2010