Fuori nevica, e quando nevica la neve scende bianca.
Che scoperta! Ma c’è qualcosa di diverso in quella neve, tanto odiata dai sindaci, che devono spendere i soldi per pulire le strade ma tanto cercata dai bambini e, diciamo la verità, da ognuno di noi.
Perché la neve che sta scendendo è quella bella, soffice, che ti trasmette un senso di pace e di romanticismo. E sta scendendo insistente, mentre scrivo sono già cinque ore buone, e non accenna ad affievolirsi.
Che beffarda la neve, che si decide a venirci a trovare proprio questa mattina, questo giovedì che apre il mese di marzo, mentre le campane vanno a scandire il sinistro ritmo ad annunciarci che una persona speciale ha lasciato questa terra.
E’ morto Gino, non ce l’ha fatta, e anche se molti, quasi tutti, sapevano che il suo destino era già stato scritto qualche mese fa, questa è una notizia che non avremmo mai voluto arrivasse.
Gino Ghitti, figlio di “Tabaco”, era conosciuto come “Gino il muto”, e non c’era proprio niente di irrispettoso in questo modo di chiamarlo, anzi.
Quando uno come Gino se ne va è inevitabile fare un salto indietro con i ricordi, e mi accorgo di tante cose, di tanti momenti, che paradossalmente sembrano insignificanti, ma poi risultano essere i più belli.
Mi ricordo di Gino che faceva il bagno “di sfruss” al Lido dei Platani, insieme ad altri amici. Mi ricordo che allora la sorveglianza dei vigili era assidua, quasi persecutrice e, quando comparivano all’improvviso, gli amici se la davano a gambe, e lui, sordo oltre che muto, era sempre l’ultimo ad accorgersi e scappava via con lo scooterino, con quella salvietta sulla sella che spesso andava a ingarbugliarsi nella ruota fermandolo inesorabilmente.
Mi ricordo di Gino che giocava a “portine” all’oratorio, anche lì spesso e volentieri di “sfruss”: capitava di scavalcare il cancello ed entrare per giocare negli orari di chiusura.
Lui stava sempre in porta, e la occupava proprio tutta, perché già allora era bello grosso, già allora non era il massimo nel movimento. Il suo ruolo fondamentale, oltre a quello di portiere, era quello di “parafulmine”; in che senso? Nel senso che la nostra compagnia era la classica banda delle “pecore nere” che a messa ci andava quasi mai. Faita, Cicala, Engury, Billy Bengalino che giocava con gli stivaletti e faceva le rovesciate volanti sul cemento, il sottoscritto… pessimi elementi agli occhi del curato che, quando udiva un accenno di bestemmia (accenno?), usciva sulla balconata e ci riprendeva: “Ragazzi, cosi no eh! Chi ha bestemmiato???” – E noi, tutti insieme, ma proprio tutti insieme, ad indicare lui, Gino “il muto”.
Perché Gino in realtà faceva più casino di tutti, si faceva capire, eccome se si faceva capire!
Come non ricordare poi i tempi della “spiaggia libera”? Per me era l’età dell’adolescenza, 16 anni, e noi in spiaggia, piena di erbacce e sassi e neppure tanto “ecologica”, si faceva i “galletti” con le gnare de Proai (uh che rivalità), mentre lui, Gino, lavorava alla Resinex, proprio confinante con la spiaggia.
Perché noi, gnari di allora, si andava a fare il bagno in una spiaggia che confinava con una fabbrica, ma ci piaceva, era bello, insomma… ce lo facevamo piacere.
E ogni pomeriggio di luglio e di agosto, verso le 15/16, udivi l’urlo di Gino che ti chiamava dalla ringhiera di confine e ti chiedeva il favore di prendergli un ghiacciolo al “bar” (azzardato chiamarlo così) della “Teardìna”.

Poi un bel salto nel tempo, la sua vita già difficile conosce pure un terribile incidente che lo lascerà vivo per miracolo, ma lo lascerà pure segnato. Gli anni passano e te lo ritrovi in palestra a gestire tutto ciò che riguarda il Basket Iseo, autentico amore, al tavolo dei giudici di gara a tenere il tempo, fischiare il cambio, il time out, alzare la paletta dei falli, pulire gli spogliatoi, pulire il campo, tenere in ordine il magazzino, aprire, chiudere, incazzarsi con il coach (quasi sempre quello della nostra Under16) che qualche volta prendeva a calci la sedia, la SUA sedia… oppure con gli avversari in panca che battevano troppo forte i pugni sull’ espositore pubblicitario… il SUO espositore.
Gino era il tutto fare, Gino era geloso di tutto il materiale che gli veniva affidato, aveva molto senso di responsabilità in questo, perché era una persona intelligente e sapeva fare bene il suo lavoro. Potevi anche aiutarlo, ma lui ti veniva incontro con il suo inconfondibile gesto con la mano a dirti: “lassem fa a me, ambièt”.
Il carattere? Buono di cuore, a modo suo, ma buono e disponibile.
Aveva un debole per la squadra femminile, e la squadra femminile ricambiava alla grande.
Il giorno che non si è presentato in palestra tutti avevano capito che era successo qualcosa di grave, perché la palestra era la sua casa, più della sua casa.
\Un ultimo saluto caro Gino, sarai sempre presente, quando dalla tribuna guarderemo il tavolo di gara noi ti vedremo sempre lì, seduto con una gamba fuori (perchè dietro tutto non ci stavi) e sicuro di quello che stai facendo.
Con il consenso della società vedremo di mettere un altro striscione in parte a quello di Ciccio, perché siete una cosa sola, anzi… ora che vai da lui, salutacelo… e fatevi compagnia, voi fate il tifo per noi, noi un pensiero per voi ce l’avremo sempre. Buon viaggio.

