ALIBONI… ed è subito Amarcord!

ALIBONI… ed è subito Amarcord!

Una botta. Di nostalgia, o di malinconia… vedete voi. Di sicuro è stata una botta come lo è stato vedere la propria squadra del cuore nel giro di un mese retrocedere in serie C dopo 40 anni, per una frode fiscale societaria, non venire iscritta al campionato per una ripicca del suo “padrone” (non l’ho mai chiamato e mai lo chiamerò presidente), assistere alla cancellazione di una storia lunga 114 anni, ripartire con un progetto “ibrido”, una specie di prodotto di laboratorio che al momento convince la maggioranza dei tifosi e simpatizzanti bresciani, ma non la totalità.

SITUAZIONE PERSONALE: seguo il Brescia dal 18 febbraio 1979, l’anno in cui Zigoni dalla panchina entrò in campo senza aspettare che il giocatore sostituito uscisse e giocammo per qualche minuto in 12. Ho visto campioni e bidoni, sorprese e conferme. Ho goduto (poco) e sofferto (parecchio). Posso vantarmi di avere visto Brescia – Fano 4-3. Ero al Dall’Ara il 12 giugno 1993, giorno dello spareggio, nonostante dei 25 pullman quello dove avevo preso posto io e mia moglie fu l’unico a subire un guasto (il solito sfigato). Ho visto il portiere Marco Ballotta giocare da centravanti e ho pianto per Edo, per lo sceriffo, Srnicek e  Kovacic.  Vivo sul lago e per qualche anno ho avuto la possibilità di affittare due appartamenti miei a giocatori del Brescia nelle stagioni di Zeman e di Baggio.

SITUAZIONE ATTUALE: malinconico, nostalgico. Vivo nel ricordo di una storia che non c’è più e non sono ancora riuscito ad elaborarne il lutto. Non metto piede allo stadio Rigamonti dall’agosto 2017, l’anno dell’insediamento del “padrone”. Ostile fin da subito, ho sempre cercato di dire la mia sui social, nei gruppi dai quali nel tempo sono uscito, prendendomi insulti di ogni genere.  

Confesso che ho tifato gli ultimi mesi sperando che il Brescia retrocedesse perché era l’unico modo per ripartire con un progetto VERO, con una società NUOVA e TRASPARENTE. Magari anche senza grandi risorse economiche, ma trasparente e pure bresciana.

Alla fine, da un lato  è andata pure peggio delle previsioni. Ma dall’altro si è aperto un orizzonte all’apparenza fantastico: Cellino esiliato, un presidente nuovo, ambizioso, serio e bresciano, sostenuto da una cordata di imprenditori bresciani a garantire  da subito una base economica di tutto rispetto, tanta brescianità rappresentata in primis da un allenatore e un vice allenatore stimati e ben voluti dalla piazza. Una piazza che ha riscoperto entusiasmo, dimostrato da una campagna abbonamenti sontuosa.

E allora perché questa malinconia mi attanaglia e non vuol saperne di andare via? Perchè per liberarci del “padrone” è stato pagato un prezzo troppo salato. E poi c’è un’altra cosa che non mi va giù: di fronte alle nefandezze combinate dal “padrone” e dai suoi vassalli, è sempre stata pronunciata negli anni, particolarmente da certa stampa, una frase evanescente e  di circostanza:  “bisogna sostenere la squadra per evitare la retrocessione. Poi a bocce ferme verranno fatti tutti i processi del caso e si troveranno i colpevoli”.

Eh già… le bocce alla fine si sono fermate, anzi, sono sparite, rubate. Ma di processi non ne sono stati fatti e soprattutto le colpe di una retrocessione vergognosa, a tavolino, e la cancellazione di una matricola e di una storia, non sono state date. O meglio, sono state date al “padrone”, giustamente, ma dovevano essere ripartite anche con molte altre realtà, non ultime certi giornalisti troppo servili per convenienza e una parte di tifoseria che ha aperto gli occhi troppo tardi e che oggi invece di fare il mea culpa e magari chiedere scusa, critica, denigra e sbeffeggia un’altra parte di tifoseria o semplici simpatizzanti (come il sottoscritto) che osano evidenziare la sensazione spiacevole che non sia stato fatto tutto ciò che poteva e doveva essere fatto per salvare un storia lunga 114 anni, senza dimenticare il danno subito anche dai tifosi della Feralpi Salò che oggi non hanno più una squadra per cui tifare.

Pare non ci sia più nulla da fare ormai. E allora tanti auguri a Pasini, buona fortuna all’Union Brescia e vediamo se vivere quest’ultimo scampo d’estate nel ricordo del mio vero Brescia, può aiutarmi a dimenticare i brutti pensieri e a tornare a rimettere piede nel vetusto stadio Rigamonti.

Il mio vero Brescia non è stato quello stellare di Baggio, Guardiola e Mazzone. Il mio vero Brescia è stato quello proletario, umile che, arrivato sull’orlo del baratro della serie C2 è partito dal nulla realizzando partita dopo partita, anno dopo anno, una cavalcata fantastica. E’ quello che auguro a questo nuovo Brescia, così come auguro ai tifosi che oggi non sanno dare peso all’importanza di una storia, probabilmente perché non vissuta, di vivere le grandi emozioni che ho vissuto io in quegli anni. Anni che oggi ricordo con uno dei suoi artefici e simboli: ROBERTO ALIBONI.

Il Brescia 1984/85 promosso in Serie B – In piedi da sx: Giorgi, Bonometti, Ascagni, Maritozzi, Chiodini, Aliboni. Accosciati da sx: Melotti, Mossini, Zoratto, Gritti, Maragliulo

Galeotto è stato un mio commento a un post  che ricordava la meraviglia di quegli anni, dalle sfide di calcio tennis alla gabbia di Orrico, dalle partite nella nebbia col Fanfulla agli scherzi proprio di Aliboni a  Stringa. Piccoli grandi particolari a testimonianza che Jovanotti aveva ragione: tutto parte dal basso, e va su.

“Io sono a Lerici Baia Blu quando vuoi puoi venire a trovarmi” – mi scrive Ali su messenger.

Presumo tu abbia letto il mio commento al post – è la mia risposta – vengo volentieri, ti faccio sapere quando”.

Vado a Lerici insieme a mio figlio, due giorni prima dell’inizio del campionato. Ve lo dico subito, questa è un’intervista lunga, ma lunga, perché ho voluto tenere tutto (quasi tutto), perché ci tenevo, perché… va bene così…. Fortune di avere un giornale proprio e un sito personale. Sono un uomo libero, proprio come chi incontrerò tra poco, in una baia sul mare, posto fantastico che ricorda molto Aldo, Giovanni e Giacomo in “Tre uomini e una gamba”, ricordate?

“Lo sai che con 20 milioni si puó comprare un bar in Costa Rica? Sulla spiaggia. Sole,mare, un sacco di palme. Tutto l’anno in costume. Nessuno che ti rompe le palle, che ti dice quello che devi fare

Lo riconosco subito tra le sdraio della spiaggia. Ci sediamo proprio al bar, ci offre due “Coca Zero” e lui parte subito, senza neppure aspettare una mia domanda. Semplicemente si allaccia al post che avevo commentato, che diceva del ritrovato entusiasmo della piazza verso il nuovo Brescia.

Il calciatore deve entrare nella città, deve entrare a contatto con i tifosi. Ho sentito l’intervista di Diana dove dice che lui è un “curvaiolo”. Ma non conta sentirsi curvaioli, bisogna sentirlo dentro quello di cui ha bisogno la città. Quello della curva non sa capire il calciatore e il calciatore non sa capire quello della curva. Ma poi non è la curva, è lo stadio. Noi siamo stati in curva, siamo stati in gradinata, siamo stati in tribuna. Siamo stati nelle scuole, abbiamo girato, siamo stati con i ragazzini, coi disabili. Abbiamo vissuto la città e quello che voleva la città. In quegli anni la città aveva bisogno di sentirsi “Brescia”, non Brescia in serie A che non conta niente. Oggi si deve vivere la realtà: non c’è più il Brescia in serie A, non c’è più in serie B. Oggi è serie C. Si deve vivere questa realtà sperando di fare un gruppo, creare una buona base per vincere i campionati e riuscire a fare quello che abbiamo fatto noi. Noi l’abbiamo fatto col gruppo, tutti insieme. Poi certo, contava l’allenatore Pasinato, con Gritti che segnava, il portiere che parava, Zoratto che contrastava. Contavano i magazzinieri, contava “Stringa”, contava qualsiasi cosa che fa parte di una squadra e di una società.

Contava e conta anche il Presidente…

Lo so a cosa ti riferisci, ma lasciamo stare Cellino, fa parte del passato, dimentichiamolo.

Facile a dirsi, ha raso al suolo tutto ciò che sapeva di brescianità, non ha lasciato niente, neppure le chiavi dei lucchetti d’accesso allo stadio. Non parliamo dei rapporti con la gente, con i disabili poi… Per me il Brescia è rimasto fermo al 2017, senza un progetto, senza un futuro. E infatti il futuro è stato cancellato nel modo più ignobile.

Anche quando sono arrivato io non c’era niente. A Mompiano c’era un ammasso di cemento armato, vuoto, e la gabbia che aveva fatto costruire Orrico. Correvamo attorno a questa gabbia, ci allenavamo lì dentro. Non avevamo centri sportivi bellissimi come oggi. Ogni tanto qualcuno ci accettava al San Filippo, giusto per vedere un po’ di erba, non sempre a dir la verità, perché anche lì c’era lo sterrato. C’era l’antistadio sterrato e d’inverno ghiacciato, li abbiamo fatti tutti lì gli allenamenti. Non avevamo bisogno di campi sintetici, di palloni tutti uguali. Eravamo un gruppo che lottava.  Ho letto un lungo articolo dove Zoratto diceva che Pasinato ci permetteva di finire le nostre partite di calcio tennis prima di iniziare gli allenamenti. E’ la verità, l’allenatore aveva capito che a quel gruppo poteva dare libertà d’azione perché poi in campo gli dava ciò che lui voleva. Un allenatore deve capire ciò che cerca il gruppo e il gruppo deve capire ciò che vuole un allenatore. La società? Io l’ho sempre considerata relativamente, io non guardavo neanche i conti correnti talmente ero sicuro e fiducioso in Baribbi. La società alla fine conta per quello. Quando ti ha dato lo stipendio, gli spogliatoi, il campo per allenarti… cosa vuoi in più dalla società?

Magari una società con un progetto e che comunque paghi i contributi, sia trasparente e iscriva la squadra al proprio campionato. Una società che non fallisca con i soldi.

Diamo un colpo di spugna a Cellino, te lo ripeto. La società oggi esiste. Ho letto che stanno investendo tanto, sia a livello economico che in senso di appartenenza. Il calciatore deve ora concentrarsi sull’allenamento, sul risultato, sulla classifica, sui compagni e come metterli nelle condizioni di rendere al meglio. Bisogna costruire il gruppo come abbiamo fatto noi. Gli anni di Orrico e Pasinato e della doppia promozione sono stati davvero fantastici, bastava qualsiasi cosa: una ricorrenza come un compleanno, una nascita ed era una festa fatta di gioia di stare insieme.

Vi sentite ancora tra di voi?

Abbiamo un gruppo social, ci sentiamo ancora. Fortunatamente non tutti. Dico così perché ciò mi ha permesso di capire chi valeva e chi non valeva, trovando conferme. In questa pagina ci sono coloro che davvero si sono fatti un mazzo così – (non dice proprio così ndr) – per il Brescia. Chi non ha aderito non l’ho mai sentito neppure al di fuori, in occasione di un compleanno, di una festa, di una disgrazia, ma è meglio così, che almeno nella vita si sa con chi hai avuto a che fare.

Eccolo qui, l’Aliboni toscano di Massa senza peli sulla lingua. Il portierone dalle uscite col ginocchio alzato, “l’unica arma che ha il portiere”. E pure in queste frecciate amare si percepisce un certo senso di difesa, una sorta di malinconia per cose che dovevano essere chiarite e non lo sono mai state. Infatti…

Uno solo è tornato a scrivere nel gruppo, seppur poco, Maritozzi. Ci sentiamo telefonicamente, abbiamo avuto occasione di chiarirci sul perché e il per come di certe situazioni in quegli anni, e ciò ha permesso di capire. Mi sono fatto un’opinione sul perché era molto restìo a partecipare alle nostre feste e anche sul perché a un certo punto non si era fatto più sentire. Ecco, con lui riconosco di avere sbagliato in certe occasioni.

Aliboni in una delle sue uscite a ginocchio alzato. “L’unica arma che ha il portiere”

Tra l’altro ho letto di recente che Maritozzi a Brescia era venuto di malavoglia…

E’ vero. Lui veniva da tre retrocessioni consecutive, era sempre stato in serie B e di scendere in C non lo rendeva di sicuro felice. Si trovò invece in un gruppo che, grazie all’unione e alla coesione, lo riportò dove voleva essere. Anche se c’erano stati degli screzi, perché pure nelle annate fantastiche come quelle del doppio salto succedeva di avere dei momenti di tensione, come succede nella vita e nella naturalezza delle cose, ma eravamo tutti grandi amici.   

Segue una breve pausa meditabonda, un pensare della serie “vado o non vado?” Poi mi guarda e Aliboni va:

Ma io non vorrei più parlare della serie C e della serie B, io voglio parlare dell’anno di Serie A, che siamo retrocessi…

E qui l’intervista, che per me resta comunque una chiacchierata amichevole, prende una strada imprevista e dolorosa. Si parte da un argomento che non avrei mai voluto affrontare. Per me la partita con l’Ascoli è una piaga che non si è mai rimarginata. È storia e fa parte di quella storia che non vorrei andasse persa. Anche se si è trattato di uno shock, fa parte di me. E’ una cosa intima che ogni tifoso delle rondinelle che si reputa tale conserva nel cassetto dei ricordi sperando invano che il tempo faccia il suo corso cancellando la grandissima delusione patita. Di quella partita ricordo che l’Ascoli era arrivata animata dalla forza della disperazione. Con un piede e mezzo in B, era riuscita a inanellare una serie di risultati da portarla a ridosso del Brescia al quale bastava un pareggio per tenerla a distanza. L’allenatore dei marchigiani era Mazzone, e a centrocampo contava un vero e proprio mastino da combattimento: Beppe Jachini. Quando negli anni entrambi sono diventati allenatori del Brescia, la mia gioia per i campionati che ci hanno regalato veniva sempre soffocata da quella grande delusione avuta il 10 maggio 1987. Ricordo fuori dallo stadio, prima della partita, i volantini distribuiti dalla curva nord che chiedevano ai tifosi di non invadere il campo al termine del match “così da consentire alla squadra di fare il giro del campo e raccogliere l’applauso del pubblico, festeggiamo tutti insieme!”.  Ricordo il gol di Gritti nel primo tempo, il pareggio dell’Ascoli nel secondo tempo sul più classico tiro dal limite deviato da uno stinco a spiazzare Aliboni, e poi il gol di Scarafoni, inaspettato come un fulmine a ciel sereno, a pochi minuti dal termine e il portiere Pazzagli, sotto la curva nord, in ginocchio braccia al cielo, incredulo del miracolo per loro, mentre per noi iniziava un incubo durato anni, con quella solita frase a girare e rigirare nella testa: “Il Brescia non vuole la serie A, il Brescia ha voluto tornare in B, Il Brescia è e sarà sempre una squadra ascensore”.

Ma non c’è stata solo la partita con l’Ascoli. C’è stata anche quella con la Juventus all’ultima giornata. Ho detto che siamo retrocessi, ma è più giusto dire che qualcuno ha voluto retrocedere, per convenienza, e quello che non sopporto ancora oggi è che la colpa di ciò che è accaduto sia andata a chi non doveva andare, primo fra tutti il sottoscritto. Con l’Ascoli noi il primo tempo abbiamo dato il massimo, mentre nel secondo tempo, dopo i cambi, è successo il patatrac. E’ cambiato completamente l’atteggiamento della squadra. Lo dico a tutti quelli che mi hanno chiesto in questi anni e lo dico pure a te: andate a rivedervi la partita, tutta la partita, non solo i gol. Il Brescia nel secondo tempo non è stato in grado di fare più un tiro nella porta dell’Ascoli.

E’ subentrata la paura di vincere, o di perdere, oppure si è trattato di un atteggiamento voluto?

Secondo me voluto, ma che non si pensi o si dica che io ho venduto quella partita. Io avevo allora 31 anni, avevo un premio personale importante al di fuori del premio salvezza che dava la società, avevo la possibilità di misurarmi ancora in serie A. Quando sono arrivato a Brescia con Orrico prendevo 3 milioni e mezzo di lire. Quando Orrico è andato via, Baribbi me li ha portati a 5 milioni più l’appartamento. Nella stagione 84/85, quella in cui salimmo in Serie B perdendo solo una partita (a Pavia ndr), parai sette rigori consecutivi, capitolando solo l’ultima giornata, con noi già promossi, contro il Vicenza e per opera di un giovanissimo ed esordiente Roberto Baggio. Baribbi mi dava 10 milioni di lire per ogni rigore parato! L’anno dopo, quello della promozione in A, mi regalò il Volvo 760 (allora il macchinone dei calciatori ndr) e mi dava 80 milioni l’anno, e poi in Serie A 120 milioni con 80 milioni di premio salvezza extra solo per me. Guadagnavo una barca di soldi al Brescia. Chi me lo faceva fare di vendere la partita e retrocedere? Stiamo parlando di 38 anni fa, con quei soldi uno campava 10 anni.

Ho paura a chiederlo… cosa è successo allora?

Sono situazioni che purtroppo non potranno essere mai chiarite, perché non ci sono più le persone con le quali confrontarsi. Ognuno può dire la sua e dare la propria versione, ma la cosa certa è che il sottoscritto, quando Scarafoni ha segnato, non ha sentito neppure il gelo calato sullo stadio… io pensavo agli 80 milioni di premio partita personale che volavano via per sempre, insieme alla serie A… a 31 anni!  C’è stato qualcosa che secondo me si è realizzato, perché se c’è un allenatore che nelle interviste afferma che retrocedendo rimane, mentre se si salva lo mandano via, ti fai delle domande. Tra l’altro con due partite, Ascoli in casa e Juve fuori che, posso dirlo ora, erano state concordate in due pareggi, i classici “volemose bene” di fine stagione. Le abbiamo perse tutte e due! Come mai?

La domanda resta lì, rimbombante, accompagnata dal rumore delle due lattine vuote di Coca zero che le manone del portierone stritolano nervosamente. Mi sembra quasi di tornare a quei tempi quando, nel riscaldamento pre gara, Ali si allenava nelle uscite ed allo scorgere la lattina gigante con l’omino dentro che faceva il giro della pista di atletica per promuovere la nota marca di birra, si divertiva a prenderla a pallonate sotto gli “olè” della curva nord. Poi, le due manone lasciano le lattine e riprendono a battere sul tavolino in legno del bar fronte mare della Baia Blu.

Voi continuate a tirar fuori il gol di Scarafoni, ma non conta nulla quello. Nel momento in cui c’è un tacito accordo sul pareggio, nel primo tempo vai in vantaggio, nel secondo tempo arriva il pareggio su un’autorete, la partita è finita… se non fai i cambi per vincerla, la partita è FI NI TA! E’ questo che non volete capire. Andate a rivedere tutta la partita, ve lo ripeto, non fermatevi solo ai gol fatti o subiti. Io quella partita l’ho guardata e riguardata e ce l’ho ancora qui sullo stomaco. Tutti i discorsi li porta via il vento, contano i fatti, e quelli dicono che noi col pari eravamo salvi e l’Ascoli con la vittoria concordata all’ultima giornata sul Napoli già campione d’Italia, era salva.

Poi ci si è messo pure l’ex Ivano Bonetti, che con la Juve all’ultima giornata ci ha castigato definitivamente vincendo una partita che era stata raddrizzata due volte sul pareggio, prima da Gritti e poi da Iorio, a testimonianza che probabilmente il pari era davvero concordato.

Riguardo Bonetti, si dice che avanzasse soldi con Baribbi per il trasferimento al Genoa e gliela fece pagare in quel modo, ma sono tutte versioni che in questi anni sono state date, ognuno la propria. E’ vero, dovevamo e potevamo pareggiarla con la Juve e saremmo andati allo spareggio, ma noi siamo retrocessi quel giorno lì, con l’Ascoli. Si è rotto tutto in quel secondo tempo.

Quindi la colpa a tuo parere è dell’allenatore di allora, Bruno Giorgi.

Secondo me sì, e non vorrei che ci fosse stato anche qualcun altro, per esempio chi a inizio stagione ha fatto fuori Pasinato e ha voluto a tutti i costi Giorgi in serie A. Pasinato è stato fatto fuori perché  voleva mantenere l’ossatura della squadra e aveva chiesto solo tre rinforzi: Borgonovo, il giovane Maldini e un terzo giocatore ai quei tempi emergente. Questa cosa non andava bene a chi invece voleva cambiare molto di più. Ora ti chiedo: in una società sportiva chi ha convenienza a fare i cambi? Il grande problema però è stato l’allenatore. Quando arrivò Giorgi in ritiro, come portiere c’ero io con un giovane come dodicesimo. Giorgi non sopportava che ci fossi io, perché gli ero sempre stato un avversario scomodo sia dai tempi della Carrarese fino alla rivalità col Vicenza. Non mi poteva vedere perché io ero l’uomo di Baribbi.  L’ho già detto prima del rapporto che c’era col presidente, del Volvo 760 regalato al quale poi aggiunse anche una villa a Marina di Massa (se ne parla più avanti ndr). Ero trattato come un figlio da Baribbi, tanto che io lo chiamavo “papà”, cosa che dava fastidio a qualcuno. Tra questi proprio Giorgi, che il terzo giorno di ritiro prese da parte il presidente dicendogli che non voleva più che io in allenamento lo chiamassi “papà”. Ma ti rendi conto? L’aria cambiò completamente col cambio dell’allenatore.

L’improvvisa sostituzione di Pasinato con Giorgi fu mal digerita sin da subito anche dai tifosi. Il primo amato da tutti, il secondo l’esatto contrario, arrivato tra l’altro dal Vicenza, squadra con la quale allora c’era una rivalità molto accesa (e mi sa che quest’anno questa rivalità tornerà di moda).  Ricordo la curva in aperta contestazione col mister, tanto che una partita venne lasciata desolatamente vuota con un unico striscione che diceva: “Giorgi, questa curva non ti vuole”.

Ripeto: stiamo parlando di gente che non c’è più, ma quando ci penso…. (le lattine ormai accartocciate confermano ndr) .La morale della storia è stata questa: “facciamo fuori Pasinato e prendiamo Giorgi, uno che solo un mese prima aveva buttato via la serie A col Vicenza travolto dallo scandalo scommesse. Uno che sapeva che se si salvava in serie A lo mandavano via mentre se retrocedeva in B restava, e stessa sorte sarebbe toccata al direttore sportivo. Così che, non volendo darla a Giorgi la colpa della retrocessione, è stata data ad Aliboni e compagnia. Una cosa naturale, visto che il direttore sportivo non vedeva di buon occhio il sottoscritto e il gruppo che aveva portato Orrico, perché quel gruppo era amato dai tifosi e dalla città. Aliboni, Chiodini, Mossini, Gritti riconfermato, lo stesso Zoratto che arrivava da Rimini,  Bonometti che era rimasto. Eravamo amati e ben voluti da tutti, ma stavamo sulle scatole al direttore sportivo, perché eravamo in sintonia con la città, perché avevamo introdotto varie iniziative, come per esempio la Messa tutti insieme. Si è arrivati al punto di metterci l’uno contro l’altro.

Per esempio?

Ti racconto un aneddoto che è diventato storia. In ritiro in serie A io dividevo la camera con Branco. Questo in due settimane di ritiro non aveva tirato fuori dalla valigia neppure lo spazzolino del dentifricio. A Brescia in quegli anni c’era un ex giocatore del Brescia anni 50/60, Schiavone, che aveva una profumeria in centro. Alla fine del ritiro vado da lui e mi faccio dare dentifricio, saponi, shampoo, tutto l’occorrente per lavarsi, perché questo non si lavava, puzzava. Lì già ci furono i primi contrasti, piccole cose per carità. Tramite questa persona vengo a sapere che c’era un conoscente che spesso andava in Brasile per lavoro. Tramite lui riesco a procurare vari CD brasiliani, perché Branco aveva la “saudade”. Cominciammo ad invitarlo alle nostre case per farlo integrare, ma lui non si adattava. Aveva un regime alimentare diverso da noi, mangiava il riso stracotto con una fetta di carne sopra, una cosa orribile a vedersi, figuriamoci a mangiarla. Lui andò avanti con la sua vita ritenendo fosse giusto così, per me invece non lo era, perché se sei un professionista, devi adattarti alla realtà della città, della squadra e della società che ti paga. Durante il campionato, in uno dei tanti momenti in cui le cose non andavano bene, tanto che qualcuno aveva  rotto la macchina sia a me che a lui,  un mio amico che gestiva un night sul lago di Garda, al quale regalavo i biglietti per le partite, mi avverte: “guarda che il brasiliano viene sempre qua il venerdì sera, con un nano e una brasiliana altissima”. Io avevo già notato che allo stadio la domenica Branco arrivava con questo nano e con questa brasiliana altissima. Come faccio a non credere a ciò che mi ha detto questo mio amico? Un venerdì sera prendo l’auto, lo seguo e prendo atto che questo andava al night un venerdì sì e l’altro anche. Faccio finta di nulla, me ne sto zitto, la domenica successiva andiamo in trasferta, perdiamo male, e negli spogliatoi mi incazzo. Ma non è che abbiamo perso per colpa di Branco, attenzione. E’ perché avevamo costruito il doppio salto dalla C alla A proprio sulla forza del gruppo e in quel momento capii che non era più così e i risultati lo dimostravano. Proposi alla squadra di ricominciare a trovarci insieme già dal venerdì, non solo il sabato del ritiro pre partita. Sarebbe stato un modo per  ricompattarci e riformare il gruppo. Invece di ricompattarsi il gruppo si spaccò, con Iorio, Gritti e altri che non ne volevano sapere. Seguirono altre due partite che non fecero altro che accentuare il mio contrasto con Branco, un pareggio interno e la batosta (4-0) rimediata a San Siro con l’Inter dove chiesi espressamente che venisse messo a terzino Gentilini al posto di Branco perché questo andava sempre su, su, ma non tornava mai, non difendeva. Il bisticcio totale avvenne con l’Empoli in casa, tra l’altro vinta 3-0 con gol iniziale proprio di Branco: calcio d’angolo per l’Empoli, io ho sempre avuto l’abitudine di piazzare Zoratto sul primo palo e un altro uomo sul corto. In quel caso doveva essere Branco. Io lo chiamavo e lui non veniva. A un certo punto mi guarda e mi dice: “Io nazionale carioca”. Quando siamo rientrati negli spogliatoi gli ho messo le mani addosso facendogli presente che io fino a due anni prima giocavo a Asti, Sanremo, Legnano ecc… e se lui non sapeva cosa significava lottare su certi campi di m…. era il caso che se ne tornasse in Brasile. Da quel momento lo spogliatoio si divise pro Branco o pro Aliboni, così come in curva apparvero le bandiere brasiliane da una parte e i cori per Ali dall’altra.

Il rumore delle onde fa da contorno a un silenzio che, dopo un monologo ininterrotto, in un crescendo appassionato, cade improvvisamente. Un silenzio che nasconde un frenetico rimuginare e che sa di rimpianto e incompiuto. Aliboni guarda mio figlio, seduto di fronte, gli chiede quanti anni ha e poi riprende ricordando i sacrifici fatti partendo a soli 16 anni da Massa per iniziare la carriera sui campi sterrati della provincia di Agrigento e per arrivare fino a quella stagione che per lui e per i ragazzi di Pasinato rappresentava il coronamento di un sogno, l’onore di giocare a San Siro, contro Rumenigge e Altobelli, e poi  Platini, Boniek, Passarella e quel Maradona che proprio al Rigamonti contro il Brescia esordì in serie A infilzando il nostro portierone con una magica serpentina allo scadere del primo tempo.

Serie A – Stagione 1986/87 – Aliboni con Maradona e con Cabrini nella partita con la Juve sotto la neve (0-0)

Non doveva finire così. Certe cose non le sa nessuno perché nessuno ne ha mai parlato. Si è parlato solo di cose che facevano comodo a qualcuno, e alla fine il conto più salato l’ho pagato io.

In che senso?

Mi hanno mandato via, in C1! C’erano la Sampdoria, il Pescara e il Como che mi volevano. Tutte squadre di  serie A. Allora non era come oggi, che sono i giocatori a decidere. La decisione spettava alla società e questa negò il trasferimento.  Nel momento in cui è arrivata la richiesta del Prato, mi hanno dato via subito. Sono andato in serie C1 che avevo ancora in mano il contratto firmato col Brescia in serie A. Non ho più giocato neppure in serie B. La mattina in cui il Brescia partiva per andare in ritiro con Giorgi e con portieri Marchegiani e Bordon, io ero lì , a Mompiano, pronto ad aggregarmi: non mi hanno fatto salire sul pullman. Sono tornato a casa. Io feci causa tramite l’associazione calciatori, poi andai ad allenarmi con Orrico al Prato. Quest’ultimo chiese a Baribbi di darmi alla sua squadra e Baribbi lo accontentò. Sai quante volte mi son chiesto perché il Brescia non mi diede alla Sampdoria piuttosto che al Como o al Pescara, spedendomi in serie C? La risposta me la sono data, e sta nel fatto che se avessi fatto bene in serie A in una di queste tre società, non avrebbero potuto più darmi la colpa della retrocessione del Brescia, e probabilmente sarebbe andata a chi doveva andare. Alla fine resta il rimpianto, perché quella stagione non doveva finire così. Il bello del gruppo che fece il doppio salto era che avevamo fame, e in campo lo si vedeva eccome. Fame di risultati e anche di soldi, perché poi sono quelli che ti servono nella vita. Anche in serie A avevamo ancora quella fame, e di soldi ne guadagnavamo, Baribbi ce ne dava tanti, anche troppi.

Ti racconto un altro aneddoto: l’estate della promozione in serie A, la Fiorentina mi voleva. Il presidente Baribbi mi chiamò e mi disse che lui avrebbe avuto piacere che io restassi col Brescia, proprio perché Pasinato voleva mantenere in serie A il blocco vincente. Io gli risposi che il presidente era lui e che poteva fare come meglio credeva, perché io a Brescia stavo bene e con lui avevo notoriamente un bellissimo rapporto. Restai a Brescia e Baribbi in segno di gratitudine mi regalò addirittura una villa di 120 milioni di lire a Marina di Massa. Fece tutto lui con un notaio di Prato.  Perché sia chiaro: io non ho mai avuto nulla da nascondere, e lo dimostra proprio quella villa.

Non capisco…

Non capisci perché tu come molti non ti ricordi o non vuoi ricordarti, è questo il problema. Perché invece di stare a guardare chi ha preso gol con l’Ascoli bisognerebbe parlare anche dell’85/86, dello scandalo scommesse, dei giocatori e dirigenti squalificati, delle squadre coinvolte e penalizzate.  Del Vicenza che era arrivato terzo ed era stato promosso con noi in A, ma venne penalizzato per delle partite truccate e venne retrocesso in B. Chi era l’allenatore del Vicenza? Che squadra ha allenato l’anno dopo? Lo stesso Gritti aveva preso una squalifica di 4 mesi, scontata in serie A. Puoi immaginarti, col cambio di Pasinato per Giorgi avvenuto in modo così imprevisto, come l’anno di Serie A sia partito e come sia sparito il clima idilliaco che c’era stato nei tre anni precedenti. Cose sulle quali la maggioranza dei tifosi non si sono soffermati ma che spiegano molto. Comunque, quell’estate fui interrogato a Roma da Porceddu (procuratore della FGCI ndr), prima della partita con la Lazio, ultima di campionato. Avevamo ottenuto la promozione matematica in A la settimana prima pareggiando in casa col Campobasso, per noi era quasi una gita nella capitale, con tanto di visita al Papa. Invece mi ritrovai in procura a Roma, sotto interrogatorio. Porceddu voleva sapere in particolare dove avevo trovato i soldi per acquistare la Volvo 760 e la Villa, perché dai miei conti correnti non risultavano movimenti in tal senso. Fu stupito dal fatto che non avevo l’avvocato. Gli risposi che non avevo bisogno di nessun avvocato per difendermi. Chiamai il presidente Baribbi, gli spiegai e mi raggiunse in procura, spiegò a Porceddu dei regali, dei passaggi di proprietà fatti regolarmente e tanti saluti. Ecco perché dico che io non ho mai avuto nulla da temere e da nascondere.

Proprio non ricordavo di questa cosa, e sono andato a verificare. Lo scandalo scommesse del 1985/86,  noto come il “Totonero-bis”, è stata un’inchiesta sul calcioscommesse che seguì il primo scandalo del 1980 e fu condotta a partire dal 1986 dal Procuratore di Torino Giuseppe Marabotto. L’inchiesta venne avviata a seguito di intercettazioni telefoniche e riguardava partite truccate nei campionati professionistici, legate a un giro di scommesse illegali. La sentenza punì molte squadre e giocatori: L’Udinese venne retrocessa in B, al Vicenza, come detto, venne annullata la promozione in A, la Lazio venne retrocessa in C, il Perugia in C2, a Cagliari, Palermo e Triestina vennero dati dei punti di penalizzazione da scontare la stagione seguente.  Coinvolti una moltitudine di dirigenti e direttori sportivi (anche lì il Vicenza fece il pieno). Anche allenatori:  Renzo Ulivieri, allora mister del Cagliari (e dal 2006 presidente dell’associazione italiana allenatori calcio…) si prese 3 anni di squalifica. Di quella serie B vennero condannati e squalificati con pene diverse ben 27 giocatori (tra i quali Gritti che si prese 4 mesi). Cerilli del Vicenza si prese 5 anni di squalifica con proposta di radiazione. Il nome di Aliboni invece non compare mai, nessuna menzione, nessuna indagine, nessuna traccia, nessun coinvolgimento.

Eh già… Di me nessuna traccia sospira amaro tornando ad accartocciare le lattine – ma questo a quanto pare non è interessato a nessuno. Ma io sto bene così, vivo la mia vita, l’ho vissuta bene. Mi accontento di quello che ho, vengo a lavorare qui sul mare, nel mare. Do una mano a degli amici, mi piace, e va bene così. Sabato comincia il campionato, seguirò con interesse la Carrarese, lo Spezia, e naturalmente l’avventura di questo nuovo Brescia.

Nonostante la parlata sia sempre la sua, inconfondibile, determinata, l’espressione del viso trasmette amarezza e rimpianto. Sembra proprio di essere in quella scena di “Tre uomini e una gamba” di cui dicevo all’inizio. Rimpianto, per esempio, per come sarebbero potute andare le cose se Pasinato fosse restato anche in serie A. A proposito, come sta Pasinato, lo sentite ancora?

Ci sentivamo regolarmente fino a poco tempo fa, ora purtroppo di meno. Ha 90 anni e ultimamente si emozionava troppo nel ricordare quegli anni. Parliamo con la figlia, ma non è la stessa cosa.

Cala di nuovo un silenzio che mi spiazza. Penso a come sia curioso il fatto che io sia andato fino a Lerici con la malinconia di una persona che ritiene che le colpe della fine ingloriosa di una società non siano state date a tutti i meritevoli, e mi sia ritrovato di fronte un ex giocatore che, nonostante abbia contribuito a scrivere un’importante pagina di storia di quella stessa società, ha chiuso con un’amarissima retrocessione pagando colpe non sue.

Ecco, alla fine questa intervista che è diventata una piacevole e appassionata chiacchierata senza filtri, mi ha spiazzato, proprio come quel tiro bastardo dal limite di Agostini che, incocciato nelle gambe di Iachini, ha spiazzato Aliboni. Era il 18° del secondo tempo del 10 maggio 1987. Poi è arrivato anche il 41° del secondo tempo e buonanotte. Mi viene una considerazione: alla significativa usanza di togliere il numero di maglia in ricordo del grande campione (per il Brescia è successo per Roby Baggio e per l’indimenticabile Vittorio Mero), io toglierei anche il 41° del secondo tempo, così, per non dimenticare e per ricordare che la storia di un club è importante. Quanto a questo ex portierone di 70 anni che mi ritrovo davanti, dal fisico ancora integro, abbronzato, che sulla spiaggia e al bar saluta tutti ed è conosciuto da tutti, vorrei tanto capisse che qui a Brescia non è ricordato per quella maledetta partita, ma per quegli straordinari quattro anni in cui ha difeso i pali della Leonessa CON ONORE. Molti concordano nel considerarlo il migliore di tutti, io posso dire che chi ha vissuto quegli anni lo ricorda come uomo vero, in campo e fuori dal campo, e soprattutto lo ricorda ancora oggi con affetto, e lui lo sa, ne sono sicuro.

Guardo il mare… il sole è prossimo al tramonto qui sulla baia di Lerici. Finisce un’era, ne comincia una nuova. Voglio pensare a questa giornata come a un’ideale scambio di testimone. Del resto lo dice chiaro anche il mitico inno nato in quegli anni indimenticabili che, mi dicono, è stato ripreso dai cassetti della memoria e riproposto anche nelle partite interne dell’UNION BRESCIA:

“I grandi campioni del tempo lontano,  alé rondinelle, vi stringon la mano. E’ scritto in bianco sul cielo blu, il Brescia è grande e  canta anche tu, e dallo stadio è giunta l’ora, le rondinelle volano ancora”

Grazie di tutto “Ali”, e mi raccomando, ginocchio sempre alto nelle uscite della vita.

Gianluca Serioli – Punto d’Incontro

Contributi video Stagione 1986/87

BRESCIA – JUVENTUS 0-0
BRESCIA – ASCOLI 1-2 (Gritti – Agostini – Scarafoni)