IL SETACCIO (Modena e la gente diversa)

IL SETACCIO (Modena e la gente diversa)

Penso che lo sforzo più grande e improbo che si richiede in questa era “moderna” all’essere umano che conserva ancora un minimo di sensibilità e di coscienza, sia quello di stare al mondo, in questo mondo. Per “stare al mondo” intendo trovare una collocazione, un pertugio di “normalità” e di “umanità” in un luogo sempre più irriconoscibile e distopico.

Inutile fare la lista delle decisioni e dei fatti atroci, inumani, ingiustificati, degli ultimi tempi, sarebbe lunghissima. Così come sarebbe lunga la lista degli sciacalli che hanno agevolato il diffondersi dell’odio sotto le più svariate forme: religioso, razziale, di classe, di genere, solo allo scopo di catturare consenso dalle pance di gente che fatica a elaborare un pensiero soggettivo coerente.

Quello che è accaduto a Modena non può non creare un senso di dolore e rabbia. Vedere quelle immagini genera sgomento, stimola la rivalsa.
Ma sono proprio quelle immagini, viste e riviste come fosse un fuorigioco dubbio analizzato al Var a portarmi ad una considerazione, che non so se considerare positiva o negativa:

La gente è diversa una dall’altra, incredibilmente diversa, nel modo di reagire, di pensare, di elaborare un pensiero, un’opinione.

In quei 25 secondi ho visto corpi volare, per poi cadere agonizzanti sulla mezzeria di una strada. Ho visto un pazzo buttarsi a tutta velocità su un marcia-piede e falciare vite come fossero birilli del bowling. Poi ho visto gente scappare, gente inebetita, bloccata dall’imponderabile. Ho visto un uomo in bicicletta zig zagare tra i corpi martoriati con un’indifferenza aberrante, stando attento a non bucare le gomme della bici passando sopra a qualche inevitabile pezzo di vetro, detrito, per non dir di peggio.
Come fosse successo nulla, come fosse normalità.

Più tardi, nei TG, ho visto anche cose eroiche, come l’uomo che con incredibile coraggio estrae dall’auto il pazzo prendendo due fendenti, uno in testa e uno vicino al cuore. Ho visto un gruppo di italiani e di immigrati bloccare insieme il pazzo e renderlo inoffensivo.

Poi, quasi subito, un polverone, l’arrivo della cavalleria degli sciacalli e dei seminatori d’odio. Almeno una decina di volte ho visto quelle immagini, e alla fine, al di là dello sdegno, dell’orrore e della paura, mi sono chiesto:

Io, in quella situazione, cosa avrei fatto? Come mi sarei comportato? In questo mondo dove non vorrei mai starci ma purtroppo tocca esserci, che parte recito? CHI SONO IO? Che genere di persona sono?


Partiamo dalle certezze: fossi stato lì, di sicuro non avrei vestito i panni dello sciacallo e del seminatore d’odio. Ma non sarei stato neppure l’eroe che ha rischiato la vita per bloccare un pazzo, e neppure avrei trovato il coraggio di “placcarlo”, seppur appoggiato da altre quattro persone.

Certamente non sarei stato indifferente, ne avrei considerato ciò cui ho appena assistito “normalità”. Molto probabilmente sul momento sarei restato fermo, inebetito, e poi sarei andato in soccorso, e il cellulare l’avrei usato solo per chiamare il 118, il 112, il 113 e pure il 115.


No, non l’ho dimenticato. Non ho dimenticato il pazzo che con un’azione criminale ha causato 8 feriti, reso disabili a vita 2 donne e seminato attimi di terrore. Sarebbe troppo facile dire “in prigione, buttate la chiave”, corredando il tutto con una serie di insulti.

Io non mi sento di affermare al 100% che in quell’auto, con quelle intenzioni, non mi ci sarei trovato mai, ne ieri, ne oggi, ne mi troverò in futuro. E’ una considerazione forte, ma coerente, perché penso che all’origi-ne della pazzia ci sia sempre un disagio, e questa società “moderna” non ha ne il tempo, ne la voglia, ne gli strumenti per provare almeno a capirlo, andando alla radice del problema e magari risolverlo.

Cercare di capire qual è il disagio e qual è la storia che si cela dietro ad un’azione simile non significa giustificare, tanto meno fingere che non ci sia un problema di sicurezza e di gestione dell’immigrazione.
Se solo ci si fermasse un momento e si cercasse davvero di capire con animo scevro da ogni pregiudizio e preconcetto, si scoprirebbe che in Italia, ma non solo, non è fallita l’integrazione, semplicemente perché non è stato fatto nulla per promuoverla.

E’ fallita invece la cultura dell’empatia, l’immedesimarsi nelle emozioni dell’altro, riconoscere e far propri gli stati d’animo altrui.

Si capirebbe che nei fatti di Modena dovrebbe starci di tutto, ma non il movente razziale, e chi ne esce male e con un’ ulteriore perdita di credibilità non è il clandestino, l’immigrato, l’italiano di prima o seconda generazione, ma proprio questa politica che non è più politica, perchè con la “polis” c’entra proprio nulla.

Ne escono male proprio quei politici che possono insegnarci qualcosa solo se la materia da trattare è il pessimo esempio.


Si capirebbe di come questo mondo non è al contrario o capovolto come dice Vannacci, ma “ricapovolto”, dopo un tuffo carpiato venuto male, a schiantarsi di pancia in un mare di ipocrisia, falsità, odio e opportunismo.

Ci troviamo in una situazione dove esiste un problema, è sotto gli occhi di tutti, ma qualcuno ha dato il mandato di risolverlo alla peggio gente possibile. Sarebbe come voler fare la riforma degli asili nido e dare l’incarico a Erode.


L’integrazione è fallita, non per colpa dell’immigrato, ma per l’assenza dello Stato e per una classe politica penosa, perché l’integrazione si dovrebbe attuare sulla base di regole fondamentali, fatte di doveri da assolvere da parte dell’immigrato e, una volta assolti questi, di diritti dello stesso nei confronti dello Stato.

Il dovere di trovare un lavoro, di rispettare la legge italiana, di ottenere la cittadinanza italiana e di rispettare (non osservare) usi, costumi, tradizioni e la religione cristiana.
Il diritto di avere un lavoro, di essere rispettato, di cittadinanza. Il diritto ai servizi sanitari. Il diritto di professare la propria religione senza essere perseguitato, insultato, bullizzato.

Voi direte: “Che scoperta, queste sono regole che dobbiamo seguire anche noi”.

Ecco, appunto, forse sarebbe il caso di diventare grandi e considerare che la differenza non dovrebbe essere più tra chi è italiano doc e chi invece lo è di prima, seconda generazione o di chi ancora oggi non lo è. La differenza non dovrebbe essere più tra chi ha la pelle bianca e chi ce l’ha più scura, ma tra chi rispetta la legge e chi non li rispetta, che sia italiano, africano, cinese o chi altro.

Il marocchino di Modena era laureato in economia, e da 5 anni chiedeva un lavoro che almeno si avvicinasse ai requisiti che aveva. 5 anni, non 5 mesi. L’unica differenza che ha fatto si che in quell’auto ci fosse un marocchino laureato in attesa di un lavoro da 5 anni, e non io, è data dal fatto che io sono stato più fortunato, perchè vivo in un paese che, con tutti i suoi difetti, mi da un’assistenza sanitaria. Vivo in un paese dove, nonostante tutto, non succederà mai di trovare qualcuno sotto casa che mi dice: “Vattene via, questa non è più casa tua, questa non è più la tua terra”.

Sono fortunato perchè vivo in un paese dove gli Spedali Civili di Brescia sono tra i più qualificati in Italia e al mondo nell’ oncologia infantile, e la figura dello psicologo per curare le depressioni nostre e dei nostri figli ce la possiamo permettere come fosse un medico di base, anche se costa 80 euro seduta.

Sono fortunato perchè vivo in un paese dove i problemi sono meno di zero rispetto a quelli di un immigrato che fugge dalla propria terra per la miseria, la guerra, la persecuzione, lasciando lontano migliaia di chilometri i propri affetti.

Sono fortunato perchè per un lavoro impiegatizio col mio diploma di Ragioneria vengo preferito a un marocchino laureato in economia che non può neppure permettersi di essere depresso perchè gli 80 euro per curarsi “da uno serio” non li ha.

Mi sa che ha ragione Galimberti: Tanto rancore verso “l’altro” deriva da un senso di inferiorità nei confronti di esso. Inferiorità nella resistenza al dolore, all’umiliazione, nella tolleranza dell’ingiusto, nel coraggio, perchè “ci vuole coraggio a trascinare le nostre suole da una terra che ci odia a un’altra che non ci vuole” (Ivano fossati cit.).


Inferiorità nell’osservanza della propria religione, che c’è da piangere quando vedi certa gente prendersela per le moschee, gridare all’attentato alla cristianità, e poi nella vita quotidiana risulta bestemmiatrice seriale e dei 10 comandamenti è tanto se ne rispetta 3 (sempre che ci si ricordi quali sono i 10 comandamenti…).

Che paese strano l’Italia, dove quelli che giudicano dovrebbero essere i primi ad essere giudicati. Dove un politico lascia la Lega perchè troppo vicina alle idee di Vannacci, va in Forza Italia e poi lascia Forza Italia per andare con Vannacci. Dove un bracciante agricolo malese di 35 anni, che alle 5 del mattino sta andando a lavorare, viene braccato e ucciso a coltellate da un gruppo di ragazzi italiani di ritorno da una notte di baldoria. Dove si fa una legge che impone il ritiro della patente se hai consumato erba nei due giorni precedenti, ma se un politico che ha votato questa legge finisce con l’auto in un fosso e presenta il doppio del tasso alcolemico consentito all’alcoltest… beh… “non è ubriachezza”.

Dove tra le quattro persone che hanno placcato il marocchino di Modena, c’è anche un egiziano che vive in Italia da 30 anni, e da 30 anni lavora come muratore in nero. La colpa è dell’egiziano o dell’imprenditore che lo tiene in nero? Perché l’egiziano oggi è un eroe, forse lo Stato gli darà pure una medaglia, ma tra pochi giorni tornerà ad essere un clandestino che non vuole integrarsi, e se cadrà da un ponteggio e si scoprirà che non era assicurato, ci sarà un Salvini o una Sardone che dirà: “Non ha voluto integrarsi, se l’è cercata… non ci mancherà”.


Basterebbe così poco… basterebbe capire che di ogni cosa e persona che gira intorno alla nostra vita si deve cogliere il lato positivo e fare tutto il possibile per agevolarlo.

Proporrei un enorme setaccio dove metterci dentro tutto: religione, colore, razza, nazionalità, classe sociale, opere e omissioni. Ogni cosa pura e meritevole che passa attraverso la rete verrebbe integrata con tutti i diritti e doveri, mentre ciò che resta nel setaccio verrebbe “disintegrato”.

Nel setaccio ne resterebbe di impurità: stupratori, spacciatori, corrotti, meretrici in carriera, puttanieri, pedofili, sfruttatori, persecutori, assassini, maranza, evasori, mafiosi. Clandestini e italiani doc, caporalati, caporali e un Generale in vestaglia andato in pensione a 56 anni (5.000 euro di vitalizio), che alla costituente del suo partito usa senza chiedere il permesso la canzone FUTURA di Lucio Dalla, solo perchè somiglia a FUTURO, il nome del suo partito, senza sapere che la canzone parla proprio del muro di Berlino, è un inno alla tolleranza e all’integrazione. Un Generale in vestaglia sposato con una rumena e con due figlie (di prima o seconda generazione?)

L’ennesima falsa guida di un popolo di ignoranti che ha più bisogno di colpevoli che di soluzioni.

Eh sì, sono convinto che in quel setaccio resterebbe circa il 75% della classe politica attuale, anzi, come disse quel politico senza laurea ne diploma:

“Per la precisione il 75% … e un pò”.

Gianluca Serioli (PUNTO D’INCONTRO NR.127)