Nepi (Vt), 5 giugno 1904 / Roma 29 luglio 1974
«Il Consiglio Comunale d’Iseo, uniformando la propria decisione alla memore gratitudine del popolo, conferisce la cittadinanza onoraria a don Ilario Bussoletti, sacerdote salesiano, che per due lustri assolse apostolato religioso e civico nella comunità iseana, fu ai giovani educatore sollecito, paterno, provvido e, nei giorni difficili per la libertà, prodigò infaticabile con abnegazione evangelica, protezione, soccorso, conforto.»
Laziale di nascita, don Ilario viene ordinato sacerdote a Milano dal cardinal Schuster il 30 Maggio del 1931. Direttore dell’Oratorio Salesiano di Milano e poi nel 1935 Direttore dell’Opera Salesiana di Ravenna, dal 1937 approda ad Iseo dove rimane fino al 1946, durante tutto il periodo del secondo conflitto mondiale e dei tumultuosi giorni della guerra civile. Con l’avvento della Liberazione il nostro paese, come tutta Italia, si trova all’inizio della delicata e caotica fase di transizione post-bellica. Don Bussoletti diventa protagonista di una coraggiosa opera di mediazione tra partigiani e tedeschi, per il transito di questi ultimi in ritirata, evitando un tragico e sanguinoso epilogo. Di quei giorni ci è rimasta la relazione del salesiano, che racconta la sua parte in una situazione potenzialmente tragica. Ne pubblichiamo le parti essenziali.
1945 —>> 24 APRILE “Questa sera sono stato chiamato urgentemente dal podestà sig. Cav. Corrado Ciocia, per intervenire nel teatro comunale a una numerosa adunanza dei capifamiglia della cittadina, per preparare gli animi a eventi gravi che si andavano avvicinando, che avrebbero potuto esplodere tra partigiani, “SS” italiane ed esercito tedesco in ritirata che provenienti dal monte, da Brescia e da Rovato, si sarebbero sicuramente incontrati ad Iseo per proseguire in Val Camonica. Non mi è stato difficile persuadere gli intervenuti che la calma sarebbe stato l’atteggiamento più sicuro per tutta la cittadinanza“.
25 APRILE “Questa mattina si è presentato all’oratorio un forestiero, che si è qualificato come capo partigiano dallo pseudonimo “Nino”, a chiedermi delle armi. L’avevano assicurato, egli mi diceva, che possedevamo delle armi. Ho sorriso e gli ho risposto che lo avevano informato erroneamente perché le armi da fuoco che noi possedevamo erano residui che risalivano alle guerre d’indipendenza e le armi bianche erano qualche fioretto da scherma in disuso, con spade e pugnali di legno: dotazione del nostro teatrino, quando si rappresentavano le recite in costume. Il partigiano si è persuaso e accomiatato. Più tardi, proveniente dai monti vicini si ode una lunga e fitta sparatoria. Si sparge la voce che una compagnia di SS italiane sta per entrare in Iseo. Il podestà mi manda a chiamare in municipio, mi conferma la notizia con l’aggravante di avvenuti fatti di sangue e la minaccia di combattere nel paese dove si erano rifugiati i partigiani. Il podestà mi prega di prestarmi per persuadere i fascisti combattenti a desistere dalla lotta e a fare delle proposte di riparazione dei danni subiti dai partigiani. Mi presto perché, cominciando dal podestà, tutta la cittadinanza era spaventata da ciò che poteva accadere nell’abitato. Applico un tovagliolo bianco a un bastone e mi porto in bicicletta presso il quartiere fascista a circa un chilometro da Iseo, sulla strada per Brescia. La compagnia continua a sparare verso il monte. Mi faccio avanti alzando bandiera bianca e chiedo del capitano. Si continua a sparare. Finalmente si avvicina l’ufficiale con il moschetto spianato contro di me e mi domanda:
- “Che cosa cerchi, prete?”
- “Vengo a nome del podestà.”
- “Va via o ti faccio fuori.”
Mi dovetti riparare in un casolare vicino, chiamato “Addis Abeba”. Dopo alcuni minuti, torno ancora fra i fascisti che continuano a sparare.
- “Ancora qui?” e punta l’arma contro di me.
- “Io sono ambasciatore del podestà, lasciatemi parlare.”
- “Noi non parliamo con dei preti (mi fa l’ufficiale), venga il podestà.”
- “Lo vado a chiamare.
Torno in paese e riferisco, pregando il podestà di venire con me. Egli acconsente e torniamo a piedi sul luogo della sparatoria, che continua sempre. Presento il podestà. L’ufficiale riferisce di essere stato derubato di un moschetto e di una cassetta di munizioni (ma non dice che essi avevano ucciso un partigiano). Allora il podestà gli propone di venire in municipio per accordarsi con il capo dei partigiani, il comandante della Decima M.A.S., il podestà e me. L’ufficiale accetta, comanda il “cessate il fuoco” e ordina al plotone di mettersi in fila per entrare ad Iseo, obbligando me di avanzare di tre passi con la bandiera bianca spiegata ammonendomi che se soltanto un colpo di arma da fuoco qualche partigiano avesse sparato contro i militi o verso altre direzioni, mi avrebbe ucciso egli stesso. Anzi lo sentii fare la proposta al podestà che camminava affiancato a lui innanzi alle SS:
- “Lo facciamo fuori il prete?” — Al che il podestà rispose:
- “Per carità, è il sacerdote più ben voluto del paese: lo vendicherebbero.”
Come Dio volle, si arrivò in paese. Lungo la strada, sbigottiti e tremanti, gli Iseani guardavano me e i fascisti. Arrivati in piazza si sale al palazzo municipale dove, dopo alcune discussioni, i partigiani restituirono il moschetto e cassetta e i fascisti promisero di lasciare il paese … Nel pomeriggio incominciano ad arrivare i militi della dispersa Guardia Repubblicana. Il podestà, per prudenza, aveva lasciato il comune nelle mie mani e del segretario. I dispersi erano affamati, stanchi ed in pericolo … Le guardie furono disarmate e le armi poste nell’archivio comunale la cui chiave fu affidata a me con vero mio disappunto.
26 APRILE Arrivano squadre di tedeschi fatti prigionieri dai partigiani. Vengono disarmati e alloggiati nelle scuole elementari, guardati e piantonati. Verso l’imbrunire passano dalla piazza, provenienti da Rovato dei camion carichi di soldati tedeschi, armati di mitragliatrici e di piccoli cannoni…
27 APRILE Consiglio i capi partigiani di liberare i prigionieri, tra l’altro perché non si sapeva che cosa dargli da mangiare… Nel pomeriggio comincia l’euforia. Tutti gli Iseani sono diventati partigiani. Fanno sfoggio di doppiette da caccia, vecchi fucili “modello 91” trovati chissà dove… ma specialmente delle armi sequestrate ai tedeschi. Organizzano un corteo per il paese e dimostrano cantando davanti al palazzo del Comune. Però tanta gioia si chiuse con una disgrazia. All’ordine “fuoco” tutti impugnano l’arma per sparare in alto. Ma uno dei partigiani viene colpito alla nuca; il povero Giorgio, di professione meccanico …
Con delibera del Consiglio Comunale in data 5 dicembre 1969, l’allora sindaco Angelo Franceschetti conferisce a don Bussoletti la cittadinanza onoraria con medaglia d’oro, sia per il proprio impegno di pacificazione, sia per il ruolo di apprezzato educatore. Il nome del salesiano è inoltre legato alla nascita della principale realtà calcistica del territorio, l’ORSA: nel 1939, infatti, il sacerdote e l’iseano Ferruccio Pagliardi decidono di raggruppare i migliori ragazzi per fondare una squadra di calcio a sei giocatori, al fine di poter sfidare, uscendo dal polveroso cortile dell’oratorio, le squadre dei comuni vicini. Il nome della squadra viene felicemente individuato in ORSA, acronimo, per l’appunto, di Oratorio Salesiano. Oltre ad Iseo, la sua attività pastorale lo vede poi a San Benedetto (Ferrara) dal 1956 al 1961 e, successivamente, presso Roma e Latina. Si spegne nella Capitale il 29 Luglio del 1974.
Michele Consoli
Biblioteca Comunale di Iseo
Fonti:
•Botti M. – Quarenghi E. (a cura di), I giorni della Liberazione. 24/25/26/27/28 Aprile 1945, in «Nóter dè Isé», Primavera 1995.•Trainini G., Don Bussoletti un prete coraggioso, in «Nóter dè Isé», Primavera 2009, pag.9.•Volpi V., Per una storia di Iseo. Fatti, fonti, frammenti, in «Quaderni della Biblioteca Comunale di Iseo», 18, Iseo, Biblioteca Comunale, 2016, pp. 239, 265, 274, 288. •http://www.orsaiseo.it/la-societa/un-po-di-storia
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