La fontana di Novali (Noàl)

La fontana di Novali (Noàl)

E’ uno degli angoli iseani di più segreto fascino, con quelle sue linee aggraziate che ricordano irresistibilmente le forme di una fanciulla generosa, sottolineate in modo così elegante da una pietra sempre giovane come è il marmo di Botticino.

Una fontanina tanto bella con quell’aria giovanile e sorridente in un posto come la piazza così carico di simboli è qualche cosa di più di una fontanina: per me è l’allegoria di come gli iseani hanno vissuto nel tempo il loro ideale di rapporti umani. Un ideale di apertura e di convivialità verso quegli “stranieri” (le genti della montagna e della pianura) che si sono affrontati e confrontati per secoli sulla nostra piazza in quel gioco degli scambi alla cui mediazione Iseo deve la sua esistenza nella storia.

Questa fontanina-allegoria con quell’acqua magica che una segreta ninfa tiene sempre alla giusta temperatura per i passanti che le si avvicinano, meriterebbe di non essere soffocata dalla micidiale accoppiata asfalto-automobili con quelle zaffate cancerogene di nafteni incombusti che si sprigionano dai diesel e che si depositano su tutto (in realtà la piazza della fontana de Noàl qualche anno dopo diventò pedonale e lo è tutt’oggi ndr).

Certo una manciatina di “résol” per farle respirare il terreno attorno e una piccola siepe che la isoli dal grosso dei veleni darebbe più dignità e visibilità a questo piccolo brano di poesia microurbanistica, ma tutto questo presuppone un rispetto per l’acqua che ormai abbiamo perso per la strada (e pensare che di acqua essenzialmente siamo fatti più un piccolo pugno di elementi). Inezie certo ma la qualità della vita non passa solo dal conto in banca ma anche da questi sentieri mentali e di sicuro siamo tutti immensamente più poveri nella sostanza se ci accostiamo ormai con un certo disagio all’acqua di una fontana pubblica.

Il nome, la fontanina di Novali, le deriva dal farmacista che teneva bottega alle sue spalle ai primi del secolo: non si capisce bene se gli iseani dell’epoca chiamandola in quel modo volessero prendersi gioco dell’austero personaggio alludendo al fatto che le pozioni di quel professionista valessero quanto l’acqua fresca della fontanella di fronte oppure se il tipo, nella considerazione popolare, fosse una specie di sciamano che centrava intrugli portentosi per cui il suo potere si sarebbe in qualche modo esteso anche alla fonte vicina caricandola di misteriose valenze curative.

Conoscendo lo spirito dissacratorio che aleggia da queste parti la prima tesi è più probabile ma non bisogna comunque sottovalutare i misteriosi portenti della scienza. Gli iseani sono ferreamente convinti che quest’acqua sia la migliore del paese anche se chissà da quanto tempo è la stessa distribuita in ogni altro luogo dell’acquedotto comunale. Una cosa però è certa e traspare emblematicamente dalla sciatteria cui è abbandonata la fontanina: non abbiamo più il culto delle acque, una dimensione religiosa antica quanto l’uomo, per cui tendiamo a considerare questo liquido prezioso e primordiale, sostegno di quella vibrazione che è la vita, come una sostanza sempre uguale a se stessa mentre non esiste un’acqua al mondo esattamente uguale a un’altra. Le anguille per esempio hanno nel loro codice genetico un sistema di lettura delle acque per cui le piccole cieche risalgono con sicurezza, indovinandoli dopo avere attraversato mezzo mondo, esattamente quei fiumi e quei laghi da cui sono partite anni prima le loro madri.

Quelle che arrivano nel lago d’Iseo, dopo un incredibile viaggio dai Caraibi a cavallo della corrente del Golfo, sono figlie delle anguille che qui sono vissute ricevendo indelebilmente l’impronta di queste acque, un fatto che, pur con tutte le sue spiegazioni biologiche, non finisce di stupirmi. Noi invece dall’acqua non capiamo più nulla pur essendo tutti ormai irrimediabilmente nella stessa situazione degli ospiti di Lucrezia Borgia. Anzi crediamo illusoriamente di schivare i colpi dei demoni dell’inquinamento ricorrendo in massa alle acque minerali (come se esistessero acque non minerali) chiuse in bottiglia e quindi irrimediabilmente morte.

Perché al di là dell’animismo l’acqua ha un suo timbro, una sua personalità, una sua vita straordinariamente intensa, una sola goccia è a volte più affollata di una città come Milano. E in fondo le religioni di ogni tempo (anche il cristianesimo con il culto di san Giovanni Battista, un idroterapista in fondo, l’unico che ufficialmente abbia insegnato qualcosa a Gesù, riprende questo tema) con il loro culto delle fonti sempre animate da ninfe non fanno che intuire queste profonde verità.

Oggi cominciamo a preoccuparci e giustamente delle piogge acide che bruciano i boschi dove il terreno non ne tampona l’effetto e accecano i laghi cancellandone la vita. Persino il testone in bronzo di Gabriele Rosa, che sul lungolago sembra guardare misteriosamente preoccupato le sue montagne bergamasche, è intaccato dal fenomeno. Dal cielo piovono acidi che corrodono nientemeno che pietre e metalli: e il rame del monumento abbandona sdegnato la lega in quella patina verdastra che è lì a ricordarci il terribile costo di tante nostre comodità e sconsideratezze, un segno profondo che le cose lanciano a chi conserva, da qualche parte almeno, un minimo di riflesso animale sotto forma di istinto di sopravvivenza.

Perché è certo altrimenti, con un aforisma di Guido Ceronetti che è denso come una stella collassata, che l’acqua si vendicherà.

Mauro Morganti

dal libro: “Due o tre cose che so di lei”

Edizioni del “Diavoletto”
IMMAGINE: FOTOSIMONETTI