Quel lontano Venerdì Santo del 1963 per la prima volta siamo saliti alla Croce che si erge sulla Balòta del Córen (il Corno del Creilì, come si legge sulle cartine topografiche). Da poco avevamo fatto la Promessa scout ed era esattamente il 13.01.1963.
Il nostro capo Antonio Ferrari, Toni per gli amici, ci aveva detto che il Venerdì Santo saremmo saliti alla Balòta del Córen per una specie di pellegrinaggio notturno. Era già sera ed il nostro capo ancora non si vedeva.
Abbiamo deciso di avviarci ugualmente partendo da Addis Abeba, la casetta sita a lato del passaggio a livello, diretti alla Madonnina di Provaglio e da lì alla Croce. Il buio diventava sempre più fitto ed avevamo solamente delle deboli torce e non tutti le avevano, per illuminare il sentiero. Eravamo titubanti, il tempo passava ed il nostro capo ancora non arrivava. Decidemmo di tornare indietro. Non eravamo ancora scesi al piano che Toni ci ha raggiunti, in perfetta divisa, rimproverandoci per i dubbi che ci avevano attanagliati e scusando il proprio ritardo con il ritardo del treno che lo aveva riportato ad Iseo.
Con le ombre delle piante che sgusciavano alla luce delle torce ci siamo avviati guardandoci attorno ad ogni minimo rumore. Ed ecco finalmente la nostra meta, la Croce di legno sita sul promontorio della Balòta del Córen. Festanti ci siamo affacciati sull’abisso, abbiamo gridato verso il paese che dormiva sotto di noi, del tutto indifferente alle nostre grida, abbiamo agitato nell’aria le torce sicuri che qualcuno ci avrebbe visti, ma invano. Guardandoci intorno, vedevamo gli aggregati delle case, i paesini, come fossero delle piccole isole luminose. L’illuminazione pubblica non fuorusciva dall’abitato, le case non erano molte ed i contorni dei paesi erano netti, piccole macchie chiare nel grande buio della campagna.
Ogni paesino si poteva ben identificare, non c’era ancora la megalopoli di luce che oggi inonda tutto il territorio. Però il primo passo era stato fatto e l’anno successivo siamo tornati avvertendo in paese che se avessero guardato in su ci avrebbero visti. E poi ancora ogni anno, piantando le tende sulla vicina colma, accendendo il fuoco per scaldarci e per cucinare.
E poi la Croce, la nostra meta alla quale tendevamo in qualsiasi condizione di tempo, persino con la neve, il più delle volte sotto l’acqua perché anche il cielo piangeva la morte di Cristo. Le prime volte la bendavamo con gli stracci imbevuti di petrolio e la accendevamo in un’ enorme fiammata di breve durata. Poi ci siamo evoluti ed abbiamo portato le lampadine, trascinando sin lassù le enormi batterie da autovettura. Il peso di queste ci ha indotto a rinunciare e negli anni successivi abbiamo imparato ad appendere i barattoli del caffè vuoti, riempiendoli di stracci e petrolio. Poi alla fine è stata realizzata una leggera croce di legno con già l’impianto montato, ma soprattutto abbiamo trovato delle leggere batterie moderne che ci hanno consentito di rinunciare a far fiammeggiare la Croce.
Ed il paese ormai sapeva di questa nostra tradizione e dal basso ci guardava e vedeva le nostre luci. Così, anno dopo anno, la gente del paese, poi quella dei paesi vicini, si è instradata verso la Croce. Non si fermavano a dormire, ma salivano per stare attorno al fuoco, che accendevamo nel recinto del roccolo che domina il crinale davanti alla Croce, e stavano con noi a cenare, a ridere, a cantare. Fino a quando non sono comparse le mastodontiche radio portatili, alla maniera americana. Fino a quando non c’era più nemmeno lo spazio per sederci tanti si era diventati. Fino a quando non sono comparsi alcuni gruppi di ragazzi del tutto sconosciuti che venivano quasi a scacciarci dal nostro fuoco. Ed allora, dopo aver acceso la Croce, che avremmo recuperato in secondo tempo, abbiamo incominciato a ritirarci più lontani, non più al roccolo, ma sulla colma, lontani dal frastuono.
Ma anche se il Gruppo Scout Iseo 1 ha chiuso, per i più svariati motivi, la sua attività, non abbiamo mai mancato questo nostro appuntamento ed è quello che ci ha tenuti vicini, sino a quando non è stata lanciata l’idea di ricominciare e ricostituire il Gruppo e da allora non ci siamo più fermati.
Ma questa è un’altra storia.

