Come si diventa santi di successo

Come si diventa santi di successo

Entro spesso nella chiesetta del mercato ad osservare, commuovendomi, l’espressione mite e sofferente di S. Rocco che, dalla parete, mi mostra quasi pudico con l’indice una sua pustola eloquentemente ubicata proprio in mezzo alle gambe.

E’ l’11 marzo 1543, come si legge sopra l’affresco, il ritratto con santo è finalmente pronto, anche Iseo ha da quel momento il suo modesto rimedio psicologico contro un nuovo tremendo male che stava sconvolgendo la società fin nella sua gioia di vivere: la sifilide (detta appunto nel medioevo “male di S. Rocco”) il cui fragoroso ingresso in Occidente (20 milioni di morti nel ‘500) avrà tra le sue conseguenze indirette quella di lanciare prepotentemente sul finire del ‘400 questa umile figura di frate guaritore, vissuto due secoli prima, ai primi posti nello “stars system” dell’immaginario collettivo dei nostri antenati contadini (solo in un secondo tempo il santo sarà riciclato come antagonista della peste bubbonica).

L’Europa si era appena liberata misteriosamente di un cliente millenario come la lebbra, quando esattamente nel 1494, compaiono, tragici, scherzi della vorticosa evoluzione genetica dei microparassiti, due nuove malattie infettive: sono il tifo e la sifilide che da allora, anche se col tempo in forma sempre più addomesticata, non hanno più smesso di farci compagnia (ecco perché, significativamente, quello di S. Rocco è l’unico affresco medioevale della chiesetta che non ha mai subito l’affronto, nei secoli successivi, di una qualche tirata di calce non avendo mai perso di attualità).

Al loro primo apparire, questi morbi, come sempre quando un microparassita incontra una popolazione vergine senza alcuna forma di immunità o di resistenza acquisite, sono di una virulenza impressionante, specie la sifilide, con un quadro clinico da far rizzare i capelli. Corpi completamente coperti di pustole rivoltanti, un dolore insopportabile che conduce alla pazzia (il microrganismo attacca il sistema nervoso centrale) e nei primi tempi, morti a non finire fino a che, dopo qualche decennio, al primitivo Treponema pallidum vengono sostituendosi forme più miti che imparano a convivere con l’ospite (cioè l’uomo) senza ucciderlo subito.

Nei tempi moderni poi la malattia sarà ulteriormente addomesticata (ma mai sconfitta del tutto) con la scoperta degli antibiotici che permetteranno a chi ne è colpito una vita abbastanza accettabile.

Un castigo erotico collettivo senza precedenti nella memoria dell’umanità (la spirocheta responsabile dell’infezione si annida nelle mucose sessuali e si trasmette col coito) che spiega a mio avviso la facilità con cui l’Italia del declinante Rinascimento, il paese della gioia di vivere, si farà rifilare le cupezze sessuofobiche del cattolicesimo controriformistico della seconda metà del secolo, le cui linee di fondo sono giunte sino ai nostri giorni.

La sifilide dilaga diabolica ed è subito caccia al colpevole: quell’anno l’Italia è invasa dai francesi di Carlo VIII il cui esercito è abbondantemente equipaggiato da numerose carrettate di “femmine dal coito impuro”. Sono stati loro e da allora qui da noi si chiamerà “mal francese”; quando le truppe del re di Francia tornano nel loro paese e sono congedate, il terribile ospite si insinua nei talami dei più remoti villaggi e là lo chiameranno “mal napoletano”. Per i turchi invece, sarà sempre e solo il “male cristiano”.

Nella caccia all’untore non potevano mancare naturalmente gli ebrei, questi eterni parafulmine delle nevrosi dell’Occidente, che avendo ucciso il Dio fatto uomo potevano naturalmente essere capaci di tutto. Proprio in quell’anno fatidico, cacciati dalla Spagna, si rifugiano in gran numero in Italia: le cronache abbondano subito di spietati linciaggi di quei poveri disgraziati.

Passa qualche decennio e, sulla scorta dei reportages dei missionari, ecco prender corpo la colpa degli indios d’America: allora sono stati loro, vivono seminudi, non hanno regole sessuali. Dio non poteva fare a meno di colpirli proprio negli organi peccaminosi. Insomma, è sempre l’altro il diverso, a portarci il male, costantemente accucciato in qualche oscuro retrobottega della nostra mente collettiva pronto a seminare i suoi veleni.

Il meccanismo è scattato puntualmente con la sua carica di odio feroce negli ultimi tempi in America (che ci precede sempre nelle novità) contro gli omosessuali a causa del virus dell’Aids e proseguirà senz’altro da noi con i tossicomani, e forse addirittura coi loro familiari, non appena questa nuova peste sessuale si allargherà all’inevitabile stadio di pandemia.

Ma torniamo alle semplici ma tanto rassicuranti linee del nostro S. Rocco: quante strazianti e sterminate sofferenze umane dietro questo affresco, quanti occhi disperati di tanta povera gente lo hanno guardato per secoli con un filo di speranza.

I protestanti sorridono del culto dei santi dei loro cugini mediterranei considerandolo un rozzo travestimento dell’antico politeismo nonché una forma inferiore di religiosità (e da qui considerare inferiore chi la pratica il passo è breve).

Invece ha una sua profonda umanità: rivolgersi  a degli intermediari come i santi e non direttamente a Dio per i propri casi personali (presupponendo saggiamente che quest’ultimo abbia ben altro a cui pensare) è un atto di umiltà e di concretezza tutt’altro da sottovalutare. I santi ci sono stati perché ce n’era un gran bisogno ed oggi quelle figure sono preziosi documenti per ricostruire gli scenari mentali in cui si sono mosse le schiere immense di chi ci ha preceduto.

Certo che ne zampilla di storia, leggendo in filigrana, per chi ha voglia di fermarsi un attimo uscendo dal tumulto della strada, anche da un semplice disegno scrostato in una povera chiesetta di provincia.

dal libro “Due o tre cose che so di lei” – Mauro Morganti