… e intanto il tempo crea falsi eroi

… e intanto il tempo crea falsi eroi

C’è stato un anno in cui la primavera non arrivò per noi esseri umani. Ma sbocciò ugualmente, in tutta la sua maestosità, come non era successo da decenni. Quell’anno il problema dell’inquinamento ambientale sparì di colpo, le strade si svuotarono, e la natura si reimpossessò del tutto. I delfini tornarono a far capolino fino alle sponde dei mari, i fiori tornarono ad acquistare  un colore che pensavamo fosse irrimediabilmente perduto: naturale, sgargiante, cangiante di fronte ad un sole di cui si tornava a non avere paura. Il lago, il nostro lago, cristallino come mai, appariva come in una cartolina spedita da un atollo esotico e selvaggio. Le montagne, lontane, si presentavano ancora innevate e vergini, mentre la Balòta del Corèn, il nostro scoglio sul  mare di Lombardia, si mostrava verdeggiante e orgogliosa del fatto che  presto sarebbe diventata il punto di riferimento di tutti noi nel momento in cui ci sarebbero state concesse solo camminate in montagna, distanziati e isolati. E allora tutti lassù, a salutare quella croce, e ad ammirare l’immenso silenzio della vallata, rotto solo dalle sirene delle ambulanze, di giorno, di notte, alternate alle campane a suonare a morto.

Greta passò in secondo piano, anzi, non aveva più motivo di continuare, per obbligarci a cambiare era arrivato qualcun altro, qualcosa di sconosciuto, di imprevedibile, di imprevisto, che ci mise tutti in ginocchio, senza gerarchie, senza classi sociali, inesorabile, inappellabile, incorruttibile.

Sembrava di essere in un film, ma non lo era. Sembrava tutto capovolto, ma forse, a pensarci bene, era prima che eravamo capovolti, e quello che accadde ci raddrizzò, purtroppo solo temporaneamente.

Tutti in casa, andrà tutto bene, torniamo alla manualità, torniamo a cucinare, a fare torte, a leggere, a pensare, a riflettere, ad ascoltare la musica come si faceva una volta, quando si tornava a casa con il vinile appena acquistato da Buizza o da Ambrogio e senza distrazioni ci si sdraiava sul letto o sul divano di casa con gli occhi chiusi e le orecchie aperte. A passare del tempo con la famiglia, con i figli, forse anche a pregare, perché anche le chiese erano chiuse, e c’è stato un momento, ammettetelo, in cui tutti abbiamo pensato che forse una preghierina ci avrebbe fatto bene. Aspettiamo il momento della passeggiata, in cui il cane ci può portare fuori per prendere un po’ d’aria. Aspettiamo il momento di andare in farmacia, per le medicine, per il rifornimento di mascherine che non si trovano, e poi anche i guanti in lattice, magari anche l’Amuchina, introvabile.

E’ il 17 marzo del 2020, martedì di mercato, ma il mercato non c’è. I bar sono chiusi, così come i ristoranti, le fabbriche, il lockdown è totale, l’unico che ci tiene in contatto col mondo è Marco di Iseotaxi con le sue dirette social su strade deserte, e sopra un cielo beffardamente sempre sereno e limpido.

Sono in fila davanti alla Farmacia Gandossi, siamo in tanti. La fila, distanziata, assume una curva destrorsa ed arriva fin sotto il monumento di Garibaldi. Da lontano ci si guarda un po’ tutti e ci si saluta. Ci si chiede SINCERAMENTE se va tutto bene a casa… papà, mamma, parenti, e si fa purtroppo la conta di chi è in ospedale o di chi non c’è più. Il sabato prima, il 14 marzo, ero di nuovo lì, dentro la farmacia, ad aspettare che la Giovanna mettesse giù il telefono per essere servito. In farmacia si respira frenesia, ansia, si percepisce la difficoltà del momento e  anche il senso di impotenza. Nonostante la barriera divisoria a protezione, non posso non ascoltare la telefonata: Giovanna sta cercando disperatamente un bombola di ossigeno, per Tullio, chiuso in casa con gravi difficoltà respiratorie. Mette giù il telefono e il suo sguardo si incrocia col mio, scrolla la testa e non può fare a meno di affermare affranta: “non ce la fa, non ce la facciamo, così non ce la facciamo”. Tullio morirà il giorno seguente, e da quel giorno finirà anche la magnifica storia del Bar Porto, senza che io abbia potuto prendere il mio ultimo cappuccio e salutato la fedele sedia di ogni mattina. Mi ricordo ancora le battute in quel bar, quando ancora da noi la bomba non era ancora scoppiata: “ma si può? La Cina è travolta dal Coronavirus e indovina da dove arrivano le mascherine per l’Italia? Dalla Cina!” – risposta “mancherèss po’ de na ‘ngiro co le maschirine!

Penso a tutto questo mentre sono in fila, e nell’attesa volgo lo sguardo sul negozio alle mie spalle, Yamamay, naturalmente chiuso. In vetrina riporta una scritta: “VIVA L’AMORE, VIVA LA VITA”, la fotografo, perché mi rendo conto che di quella fotografia ci sarà tanto bisogno quando tornerò a casa, chiuso tra le mie 4 mura, e anche perché quello è il giorno in cui capisco che il peggio dovrà ancora venire.

E’ poco più di una banale influenza, non drammatizziamo”…. A quella frase ben presto non ci ho creduto più, e come me penso tanti altri. Infatti….

Gianni è uno dei primi a morire, in casa, e dopo 4 mesi muore la moglie, di crepacuore. Una settimana dopo un padre di famiglia e amico di soli 48 anni, Alessandro, tra le braccia del dottore sindaco, in attesa di un’ambulanza che non è riuscita ad arrivare in tempo, un dramma. Poi Corrado il 15 aprile, sempre pieno di vita e carico di determinazione, e a seguire altri 24 solo a Iseo. Franco viene  addormentato e intubato a Iseo e si sveglierà solo un mese dopo nella sala di terapia intensiva in un paese lontano, con 20 chili in meno e una faccia bianca, smarrita, impaurita. Le battute degli amici sulla sua ipocondria dei primi giorni si trasformano  presto in preoccupazione e ansia… ma cosa sta succedendo?  

Arrivano i morti nell’RSA, un luogo dove prima per entrarci bisognava mettersi in lista per mesi e che ora diventava improvvisamente libero e semivuoto. La chiesa di San Giovanni si riempie di bare, che non c’è più posto nei forni crematori. I parenti non sanno più dove sia il proprio caro e come stia. Si aspetta con ansia la telefonata dell’ospedale che può dirti due cose solo: “è ancora vivo e sta migliorando”, o che “è peggiorato improvvisamente ed è morto”. Oppure anche il caso di Pierino Gavazzi, sì, il mitico ciclista, la cui famiglia riceve una telefonata dall’ospedale che dice: “Signora, purtroppo non va bene, si prepari al peggio”, poi per fortuna accadrà il miracolo… ma io ci penso ancora oggi alle ore che può trascorrere una famiglia e una moglie quando si sente dire una frase del genere.

Il Sindaco Ghitti, chiuso da solo nel suo ufficio in Comune, inaugura gli appuntamenti settimanali sui social. Ogni martedì tiene il contatto con la comunità fornendo dati, aggiornando la situazione locale, ringraziando imprenditori filantropi per le loro donazioni, i volontari della croce Rossa, della Protezione Civile, le Forze dell’ordine, i cittadini responsabili e solidali. Legge un passo de “La Peste” di Albert Camus, e la commozione prende il sopravvento  a braccetto con la paura. Predica cautela, responsabilità, ospita il Parroco Don Giuliano per una benedizione alla comunità intera, e dopo pochi giorni lo stesso Don Giuliano conosce il nemico e viene ricoverato, entrando in un girone dantesco di quasi due mesi fatti di sofferenza fisica e dolore psicologico.

Ci sono famiglie che vengono decimate, io stesso perdo lo zio e la zia, marito e moglie, nel giro di due giorni, e la cosa più incredibile è che non ci resta che abituarci, l’unica cosa che ci rimane è di abituarci a cose che qualche mese prima ci avrebbero devastato e invogliato a buttarci sotto un treno.

Brescia e Bergamo, antiche rivali sportive e non solo, si uniscono, e diventano il simbolo della resistenza, e della resilienza. Gli alpini bergamaschi costruiscono in pochi giorni un ospedale in grado di ospitare le tante persone che non trovano più posto negli altri nosocomi, ormai saturi. “La gente come noi non molla mai” cantano, e poi piangono di commozione. Il simbolo della Leonessa che abbraccia la Dea fa il giro del mondo, e tutti noi ci sentiamo orgogliosi e uniti nel dolore, ma sappiamo che risorgeremo.

Stefano D’orazio dei Pooh scrive una canzone dedicata a Bergamo e all’Italia intera… “Rinascerò, rinascerai”… cantata da tutti. Qualche mese dopo anche lui morirà, stroncato dal Covid.

Gli ospedali bresciani non ce la fanno più. Infermieri, medici, paramedici reggono turni massacranti. Arrivano i medici dall’Albania. E poi i volontari, le cassiere dei supermercati, le forze dell’Ordine… quanta gente tutta unita e solidale imbarcata su una noce in tempesta in questo bel mare di Lombardia. Li chiamavamo “Angeli” perché non volevano essere chiamati “Eroi”, anche se lo erano,  e per me lo sono ancora.

Quel giorno, in fila, era solo il 17 marzo, e già speravamo in un vaccino, che arrivasse prima possibile. Il sud cominciava a conoscere la stessa sorte, dopo averci tirato per il culo e considerati fessi per giorni.

Oggi  invece sono qui a farmi raccontare la storia di un cinese che grazie ad un farmacista iseano ha contribuito in modo determinante nell’aiuto della comunità iseana in un momento in cui tutto sembrava precipitare irrimediabilmente. Anche lui è un eroe, e lo voglio ricordare proprio oggi, in cui tutto quello che ho scritto pare che sia frutto di immaginazione, o solo un incubo vissuto da uno che ha mangiato la peperonata prima di andare a dormire. Oggi che vorrebbero far passare per eroi coloro che sono semplicemente degli egoisti, oggi che vorrebbero farmi credere che il mare di Trieste sia più limpido del nostro lago, e del nostro grande mare di Lombardia che tutti abbiamo conosciuto in quei giorni. Il mare dell’umanità e della solidarietà.

Oggi che in tanti scrivono che viviamo in una dittatura, senza considerare che se fossimo davvero in una dittatura non potresti di certo scriverlo su Facebook. Oggi che vorrebbero farmi credere che non è accaduto nulla e che è tutto un complotto. Ma io lo so che è accaduto, e so che sopra di me ci sono 260.000 occhi che mi guardano, che ci guardano, e quasi rimpiango quei giorni di terrore e di dolore, perché sono stati gli unici momenti in cui ho avuto la sensazione di vivere in un mondo fatto di persone vere e sincere, dove non ci si poteva stringere la mano, non ci si poteva ne abbracciare ne baciare, ma mai come allora siamo stati così uniti e vicini.  

… Memoria corta.

Oggi, mentre attorno a me accade di tutto, e leggo sui social cose che mi fanno inorridire, mentre sento cantare “la gente come noi non molla mai” non più dagli Alpini di Bergamo, ma da persone egoiste e opportuniste, non posso non fare una considerazione: il green pass è stato utile, anzi è stato fondamentale perché ha fatto cadere tante maschere, ha spogliato le persone di ogni corazza e sotto si è trovato a volte umanità, a volte, purtroppo, ipocrisia. Si dice che questa pandemia finirà, ma il futuro ci riserverà altre pandemie, e dovremo attrezzarci e imparare a convivere con esse. Non so se ciò sia vero, ma ringrazio il Green Pass perché mi ha permesso di capire già da ora su chi in futuro potrò contare in termini di solidarietà, aiuto, collaborazione e su chi invece no.

Vaccinatevi se potete, fatelo questo “sacrificio”, 260.000 occhi che ci guardano dal cielo…

PUNTO D’INCONTRO NR.95

in uscita a fine ottobre