4 novembre: poca voglia di fare il soldato

4 novembre: poca voglia di fare il soldato

Questa mattina, 4 novembre 2024, al parco della Rimembranza, si celebra l’Unità Nazionale e si onorano le Forze Armate, “le cui imprese hanno contribuito a fare dell’Italia una nazione indipendente, libera, ispirata a valori democratici e di pace”. Così si legge su internet e sugli epitaffi dei monumenti di ogni cimitero. Al parco, insieme al sindaco, alle rappresentanze dell’arma, degli Alpini, dei Bersaglieri e dei Marinai, c’è un nutrito gruppo di bambini delle scuole elementari. Ognuno con la sua bandierina tricolore, sventolata all’inno di Mameli. Hanno anche cantato, i bambini della scuola, con la banda in accompagnamento, che avevano preparato col loro maestro Michele “Il Piave mormorò”. E’ stato bello vederli e sentirli cantare, fino all’ultima strofa:

Sicure l’Alpi, libere le sponde, E tacque il Piave: “Si placaron le onde” Sul patrio suolo, vinti i torvi Imperi La Pace non trovò né oppressi, né stranieri

Candide anime innocenti, quale sarà il loro futuro? Mi torna il ricordo di Angelo, cuore d’alpino, sempre presente a queste ricorrenze. Lui la prima guerra sul fronte del fiume Piave non c’era, che nel 1918 non era ancora nato. Ma la seconda, quella voluta dal Duce, l’ha vissuta per intero. Fosse oggi qui, si renderebbe conto che l’odio è tornato, insieme alle sfilate delle camicie nere, alle braccia tese e ai ghigni pieni di rancore e prepotenza di certi miserabili politici messi lì da gente nostalgica, che non ha tempo di pensare, e si getta nelle mani di chi ha capito che per tornare al potere nella decadenza e nel rincoglionimento del terzo millennio conviene parlare alla pancia più che al cervello e al cuore.

Eh sì… fosse ancora qui, Angelo con i suoi occhi azzurri direbbe: “Ma come è possibile? Allora non avete proprio capito niente”.
Già… gli occhi. Mi torna il pensiero a quel giorno in cui Angelo raccontò ai nipoti della Caroàna de Sbragalenzöi.

“Nonno, cosa è il fascismo?” – avevano chiesto. Lui aveva risposto: “Una cosa che non tornerà più, state tranquilli”, ed aveva proseguito nel racconto della Caroàna. Ma quel giorno c’ero anch’io ad ascoltare la sua parola, ed io, che quegli occhi li temevo, mi ero accorto di una cosa: mentre con la voce raccontava ai nipoti una bella storia di vita vissuta, i suoi occhi parlavano di una tragedia, della morte vista e per sola fortuna non vissuta. E man mano raccontavano la verità, i suoi occhi da azzurri diventarono neri come pece:

“Cosa è il fascismo? E’ quel maleficio che ha mandato di forza me e quelli come me sempre sulla sponda sbagliata della storia. Sempre da invasori, sempre da aggressori, sempre da sconfitti. Io me li ricordo bene quei giorni del ‘42: per evitare un accerchiamento globale, le divisioni d’Italia iniziarono dal 19 dicembre una ritirata in condizioni climatiche estreme, nella disorganizzazione più totale. Travolti, privi di armi per difenderci dai carri armati, di cibo per nutrirci, e di mezzi per metterci in salvo. Esposti inermi agli attacchi di un nemico a cui avevamo invaso la terra. Sotto una tempesta di neve, a 30 gradi sottozero e a 10.000 chilometri da casa, noi, soldati del Duce Mussolini, sbandammo.
Ammassati su due colonne che si allungavano per decine di chilometri nella steppa ghiacciata, nel giro di poche ore non eravamo più un esercito, ma solo una legione di fantasmi che vagava nel crepuscolo perenne in cerca di una via di salvezza. Eravamo in migliaia, sfiniti, inginocchiati lungo le piste segnate dai compagni caduti, con le mani congelate, tese ai passanti, come a chiedere una elemosina. Mussolini avrebbe potuto evitare al popolo italiano questa esperienza terribile.

Ma perché ci hai portati lì? Perché? Che nessuno ti aveva chiesto niente? Perché, quando Hitler ha invaso la Russia, senza nemmeno avvisarti, che non si fidava di te, lo hai pregato di accogliere anche noi, in una assurda guerra che hai voluto per forza dichiarare? Perché hai insistito anche quando Hitler ti ha risposto che era meglio non mandarci, che i russi avevano dei carri armati grossi così, e noi invece non avevamo niente? Perché hai detto a Ciano: “Dobbiamo esserci anche noi”. Perché non hai ascoltato il suo perplesso sguardo, che ti diceva chiaro: “Noi lì? Senza carri armati? In una guerra con i russi che i carri armati ce li hanno?”.

State a casa, non venite!” ti aveva detto il führer, e tu invece cosa hai fatto? Dopo aver dichiarato guerra alla Francia e all’impero britannico, hai dichiarato guerra all’Unione Sovietica e agli Stati Uniti d’America. Non richiesto, non necessitato e non voluto! Sappi che la colpa imperdonabile è solo tua. Ma tu ci hai sempre schifato, hai sempre nutrito astio nei nostri confronti… eppure mi dicono che sono ancora in tanti a considerarti uno “Statista”. Quando è giunta l’ora del destino, la grande tragedia storica che tu stesso hai provocato, sei crollato ed hai inveito… non contro te stesso, e neppure verso il destino. Hai inveito contro di noi. Quando nelle tue calde stanze sei venuto a sapere che i nostri eserciti venivano sconfitti, travolti e massacrati sui vari fronti di guerra, non hai provato pietà per tutti quei padri e quei figli che hai scelleratamente mandato alla morte, ma hai inveito contro i caduti e contro di noi, considerandoci inetti, vigliacchi, non all’altezza del fascismo. Proprio così, hai detto che non è stato il fascismo a far perdere l’Italia e gli italiani, ma sono stati gli italiani a non essere all’altezza del fascismo… eppure ancora oggi mi dicono che sono in tanti a considerarti uno “Statista”.

In Albania, su un altro fronte, c’era un giovane soldato, che di nome faceva Mario. Fu lui a ricevere la triste rivelazione del disamore che il fascismo nutriva verso gli italiani, quando quel giorno si trovò abbandonato, sacrificato, insieme ai suoi alpini. Caporal maggiore e poi sergente, l’alpino Mario Rigoni, nel novembre del 1940 aveva 19 anni, ed era un porta ordini. Il sergente Mario Rigoni sopravvisse alla tragedia, ed ebbe la pietà di lasciare ai posteri, a noi, ai nipoti di Angelo, a quei bambini con la bandierina tricolore in mano al parco della Rimembranza (che ci sarà un motivo se è chiamato così), il significato vero di fascismo, scritto nelle pagine di un libro.

“Nel dicembre del 1940, il giorno di Natale, Mussolini era nel suo studio di palazzo Venezia, insieme a Ciano. Sopra Roma nevicava. Ciano, guardando dalla finestra, rivolgendosi al Duce disse: “Chissà i nostri soldati in Albania, con questo clima come soffriranno”. Mussolini lo guardò e gli rispose: –“Meglio, così muoiono i più deboli e rimangono i più forti, così la razza italiana si rinforza”.

E noi morivamo di freddo e di fame. Un giorno mi mandarono sul monte Valamara, oltre i 2.000 metri, a portare un ordine, in mezzo alla bufera. Il vento tirava e la neve strisciava attorno al mio viso. Arrivati su questo monte, vedemmo delle masse scure, ci avvicinammo: erano i nostri compagni del battaglione Vestone, morti congelati. Avevano i visi tutti incrostati di neve, solo gli occhi si erano liberati, levigati e pietrificati; con le braccia alzate, non si sa se per dare un ultimo saluto o se per mandare una maledizione. Sono morti così… per rinforzare la razza italiana, secondo i discorsi del Duce”.

Al parco la commemorazione prosegue. E’ un momento solenne: l’amico Luca imbraccia la tromba e intona “Il Silenzio”.

Ecco cosa ci vorrebbe: un poco di silenzio, un poco di armonia. Quello che manca al mondo del terzo millennio è l’ascolto. Tutti parliamo, molti urlano, inquisiscono, insultano, ma nessuno più ascolta, che per quello non c’è più tempo. Non ci caliamo più nel vivere del prossimo, nelle sue ansie e paure, che ne abbiamo già abbastanza delle nostre. Le nostre croci sono sempre quelle più pesanti, e che il prossimo si arrangi, mors tua vita mea.

Di quale cultura ci nutriamo e nutriremo nel terzo millennio? E di cosa nutriamo e nutriremo i nostri figli? Guardo quei bambini, che ascoltano il suono della tromba, e mi chiedo chi potranno avere loro come esempio. Quelli come me hanno avuto l’esempio cristallino dei nonni, la saggezza e gli occhi di Angelo, ma loro?

Che bel terzo millennio avremmo davanti, se il mondo venisse consegnato nelle mani di chi ha sofferto, di chi sa cosa è la resilienza, il dolore, il sacrificio, la guerra. Ecco, solo chi ha conosciuto gli orrori della guerra può apprezzare pienamente la vita, e con saggezza fare in modo che non si cada tutti di nuovo nell’orrido. Ma l’ultima guerra che questo paese ha conosciuto è stata quella di Angelo, più di ottant’anni fa. Gli eroi di allora, che uno “statista storto” con la esse minuscola considerò inetti e vigliacchi, oggi non ci sono più, sono tutti morti. Allora che si fa?

Ci vorrebbe forse un’altra guerra? No, meglio di no, che la gente ha troppo da fare, non vuole avere problemi, e nel calendario settimanale, tra una partita a padel, una serata in disco, la seduta di Pilates, il “Grande Fratello”, “Temptation Island” e “l’Isola dei Famosi”, altro spazio non ne ha, e poi domenica c’è il derby…

A pensarci bene ci sarebbe un modo per non perdere l’esempio dei nostri nonni: la memoria storica, la cultura, i libri. Ma, di nuovo, chi ha tempo e voglia oggi di leggere? Cioè… passi per Gotto, passi per Volo, magari anche per un’altra cinquantina di sfumature di grigio, ma la storia… chi ha voglia di perdere tempo con la storia? Ci vorrebbe un Bignami prodotto dall’intelligenza artificiale, forse.

Ecco che il pensiero torna al racconto della Caroàna di Sbragalenzöi, a quei bambini degli anni 20, caricati sulla “Giardiniera”, in partenza inconsapevoli verso un periodo buio che si pensava nessuno volesse far tornare. Guardo ancora i bambini di oggi, al parco, con le loro bandierine tricolori: Quale futuro troveranno? In quale città andranno, e soprattutto, verso quale tempo?
Guardo il maestro Michele, un giovane ventinovenne che si sforza di fare il vecchio saggio; si fa voler bene dai suoi scolaretti, e loro ricambiano, si vede e ciò conforta. Li conquista insegnando loro le marcette, la meraviglia del cantare tutti insieme, in coro, anche se si stona e si fatica a tenere il tempo della banda.

Dopo avere ascoltato il bollettino di guerra numero 1268, con cui il generale Armando Diaz, comandante su-premo del Regio Esercito, annunciò, il 4 novembre 1918, la resa dell’impero austro-ungarico e la vittoria dell’Italia nella prima guerra mondiale, ascolto le ultime note dell’inno di Mameli e do ancora uno sguardo ai bambini della scuola elementare. La commemorazione è finita, il maestro Michele comanda il sciogliete le righe anche per loro. Tornando soddisfatti alle proprie famiglie, alcuni ancora cantano le note del “Piave mormorò”, suggestionati dalla simpatica marcetta:

Muti passaron quella notte i fanti/ Tacere bisognava, e andare avanti/ S’udiva intanto dalle amate sponde/ Sommesso, lieve il tripudiar dell’onde/ Era un presagio dolce e lusinghiero/
Il Piave mormorò: “Non passa lo straniero!”

Tornando a casa, vengo attirato dal rumore degli scuotitori elettrici che in molti giardini stanno dando il meglio di se. Sono i giorni della raccolta delle olive, dei frantoi e della produzione dell’olio. Dicono che la resa di quest’anno sia molto buona. Io dico invece un’altra cosa, e Angelo, dalla sua lapide con inciso il cappello d’alpino, conferma con i suoi occhi azzurri:
Il tempo passa e la morte viene, beati coloro che hanno fatto del bene. Attenzione all’olio che si produce, che sia di quello buono e non quello degli anni dello “statista storto”, che i giorni copiano i giorni, la storia copia la storia, a sua miglior gloria. Amen.

Punto d’incontro / Viviseo