Quando si incantavano i boschi

Quando si incantavano i boschi

Per la serie “IL SAPERE DEI NONNI”, ecco una chiacchierata che risale al 2010, con Daniele di Pilzone, classe 1916. Quanta bellezza, e quanta poesia in queste frasi, che abbiamo riportato in modo originario, proprio per far capire quanto valore avevano le cose in quei tempi, anche le parole spese nelle frasi. Storie raccontate che vogliamo custodire in questo sito, perchè senza memoria non c’è identità.

Il sig. Daniele, classe 1916, si siede al tavolino del bar “El Mericol”, un pò imbarazzato e curioso, in compagnia della moglie e della cognata. Gli chiedo cosa si ricordi del tempo remoto in cui a Pilzone esisteva un “Comune “. Ne ricorda l’esistenza, ma  lo spostamento della sede ad Iseo, che risale al 1928,  non può ricordarlo con esattezza… cerchiamo di capire perchè. Sembra che i ricordi siano pochi e forse un pò confusi, ma le cose si snocciolano fuori piano piano mentre parla.

La vita di allora era un pò magra – esordisce – erano chiuse tutte le fabbriche, erano anni di grande crisi. Dal 1924 qui era chiuso tutto, restava aperta  solo la filanda”.

Ma lei è nato a Pilzone? 

“Sono nato a Prada Lunga in Valseriana. Mio padre era di Pilzone. A Prada Lunga l’Italcementi (che aveva una cava anche nella zona dell’attuale campeggio Cave) aveva un’altra  cava, e là  lavorava mio padre. Io sono nato là, la mia mamma era la seconda moglie del papà, che lui aveva sposato perchè la  prima era morta. Allora succedeva così, la gente moriva giovane. Anche la mia mamma poi è morta, io avevo 2 anni credo, ero piccolissimo, non  me la ricordo. Così il papà si è risposato con una donna di Riva di Solto e mi ha portato là con quella donna. A Riva ho frequentato la prima elementare, poi nel 1924, quando avevo solo 8 anni, anche il papà è morto, così… di colpo…e mi hanno portato a Pilzone dove mi ha cresciuto una zia. A Pilzone ho finito le scuole dell’obbligo e allora l’obbligo finiva in terza elementare. La mia maestra era la famosa maestra Gasparotti, studiavamo nell’edificio di S. Tommaso dove c’era anche il Comune.

Quello che mi ricordo di più di quegli anni è il lavoro che si faceva per campare, perchè tutto andava fatto a mano, dai vestiti  alla ricerca del cibo. Mi ricordo il gran lavoro che ci toccava di fare per passare i lunghi inverni: per non morire di freddo serviva la legna, e allora bisognava  tagliare i boschi. Siccome tanta gente era povera e non possedeva nessun pezzo di bosco, esisteva un bosco demaniale, o comunale, non ricordo, che era dato all’incanto. Tutti gli anni a ottobre – novembre si incantavano i boschi.

Cosa intende per ” incantare”? Chiedo io immaginando una qualche processione druidica, con musicanti preceduti da flauti e violini, costumi d’epoca…

Ma no!   Incantare i boschi era una faccenda così: si andava al Comune in Via S. Tommaso,  oppure dopo il 1928 si andava a Iseo. Lì  il bosco del Comune veniva diviso in 10-15 lotti che venivano messi all’asta. Chi possedeva terreni o bosco non poteva partecipare e comunque anche i partecipanti potevano aggiudicarsi un solo pezzo per ciascuno, per non danneggiare tutti gli altri che avevano bisogno quanto lui di tagliare la legna per sè stessi e per la vendita. Il vincitore del lotto, quello che aveva offerto di più, aveva la sua Pezza di bosco da tagliare in quell’inverno.

Poi per 10 anni quel lotto di bosco  non si poteva toccare più. Tagliavamo con l’accetta, facevamo le fascine della legna dividendola in legna minuta e grossi rami. Le fascine della legna grossa venivano trascinate giù al paese a spalle, i più fortunati avevano un mulo. Queste fascine pesanti si chiamavano “tranie” ed erano tenute assieme da un legaccio e appoggiate all’altezza della spalla ad un bastone detto Furcal. Il peso della traina cadeva dietro a terra e non si faceva fatica se non a trattenerla, perchè scivolava sul sentiero che era acciotolato.  Se c’era un pezzo da passare che era in piano ci si aiutava tra  uomini, perchè allora il monte era molto popolato, c’era sempre tanta gente nel monte che si dava la voce, cioè si chiamava, e se c’era bisogno si aiutava. Ricordo che dall’alto della località Parlo  c’erano addirittura dei fili di ferro tesi nel monte con dei canaloni da cui si facevan venir giù appese le fascine a tutta velocità.

La strada del monte allora era una bella e ampia mulattiera sempre battuta da gente che andava su e giù per i suoi affari dal bosco . Il bosco era bello pulito, e non c’erano tutti i rovi che lo infestano e lo soffocano adesso. Con i boschi cosi puliti si trovavano anche i funghi e tanti ciclamini. La legna più piccola, in fascinette,serviva per accendere il fuoco e tanta la comperava il fornaio . Gli alberi che tagliavamo erano buoni non per il falegname, ma solo per bruciare, anche perchè non erano troppo grossi di diametro. Tagliavamo  il Frassino, il Carpino e il Castagno, che bruciavano bene. Non tagliavamo il nocciolo, che brucia male,non tiene la brace. Si poteva tagliare anche la Rovere, cioè la quercia. Gli alberi da tagliare dovevano avere minimo 6 anni  e al massimo 10.

Il guardiabosco segnava all’interno del lotto da tagliare quegli alberi che non potevano essere mai tagliati, che si chiamavano  “i reservatch” ed erano circa uno ogni 10 metri, così il bosco poteva rifarsi tutto intorno più basso  e questi alberi reservatch crescevano e diventavano  alberi secolari.

La legna la accatastavamo in piazza, che diventava come un mercato. La gente del paese, di Iseo e anche di Clusane  venivano a vederla e la comperavano”.

Mi parli del guardiabosco di Pilzone, chi era

“Era il papà della siùra Dina, il Pezzotti. Lui girava i boschi e controllava che nessuno rubasse la legna di un altro  (cosa che accadeva spesso),  oppure che non venissero tagliati i reservacth, cioè gli alberi proibiti, che erano più grossi e valevano di più. Se trovava dei trasgressori gli dava la multa, ma più che altro questi facevano una figuraccia che allora era una cosa che era sgradita a tutti  (che tempi.!! ndr)”.

In quegli anni di tagliatori di boschi, cosa mangiavate?

“Chel che ghéra”  – risponde – La polenta non mancava mai, a volte c’era il pane bianco o anche del formaggio, un pò di latte. Coltivavamo tutti l’orto, avevamo verze, pomodori, patate, cipolle. Non mangiavamo pesce perchè a me non piaceva pescare.

Ma, a proposito di lago, lei sapeva nuotare?

Certo! Io sapevo nuotare bene, andavo sempre alle Cave. Mi avevano insegnato cosi: a 8 anni mi hanno buttato dentro e cosi ho imparato! Quelli della Cà  erano bravi nuotatori, il Cico e il Marco, quello che è rimasto via morto in guerra (Marco Gasparotti , morto durante la seconda guerra) erano dei gran nuotatori. Facevamo anche i tuffi alla Cava Vecchia . Ci tuffavamo da quel pendio dove una volta venivano giù i sassi e si caricavano le barche dell’ Italcementi”.

Oltre alla legna d’inverno, cosa faceva lei da ragazzo?

“Non avevamo tanti grilli per el cò (per la testa). Con tutta quella miseria e fame e con tutte le fabbriche che chiudevano per la crisi  la gente partiva e andava in Svizzera. Noi che restavamo ci divertivamo con poco,  proprio il contrario di oggi, allora troppo poco e oggi troppo tanto.

Si giocava tutti per strada  a “lepa” a “ciancol”, oppure a “la bala”. La bala era una palla di pelle di pollo (sarà stata quella di Apelle figlio di Apollo?). La palla si tirava sulla “creela” che era un rullo di legno con una pelle – coperchio di cuoio sulla quale si batteva per far rimbalzare la palla. Si giocava in due squadre, si aveva un terreno di gioco con una porta, c’erano un battitore e 5 giocatori per squadra.

Tutti i giochi erano fatti a mano, costruiti con le poche cose che avevamo e tanta fantasia. Ma erano tempi belli, perchè avevamo l’inventiva. Ora hanno tutto pronto e non inventano più i giochi.

Le cose allora erano poche e sudate, avevano valore, e tutti erano contenti lo stesso, anche se erano poveri, avevano tutti poco e quel poco erano capaci di dividerlo. Alle quattro del pomeriggio tutti i bambini andavano via dalla strada per andare a casa a fare la merenda e chi non aveva il pane non restava senza, perchè c’era sempre qualcuno che ne dava un pezzo del suo, cosi si mangiava poco, ma in due”.

E  della sua adolescenza cosa ricorda?

“A 13 anni sono andato a Milano, tramite il prete di Sulzano, Don Negrinelli!  Facevo il garzone di cucina, aiutante dei cuochi dalla marchesa Seychelles (?? ) che abitava in due palazzi, uno in via Umetta17 e l’altro  in Via Brera, davanti alla Accademia. E’ stato a Milano che ho finito le scuole, cioè ho frequentato le scuole serali, la quarta e la quinta”.

Poi?

“Poi ho fatto 23 mesi di militare a Civitavecchia, dal 38 al 43, poi per fortuna, scoppiata la guerra, sono riuscito con una piccola malattia … un pò esagerata.. a farmi riformare, ma questa è un altra storia”.

A conclusione cosa possiamo scrivere?

…..mmmm. ci pensa …  e poi dice

“Ad aver niente  non si ha paura di perderlo!”

Gala Robak

Punto d’Incontro nr.8 / Novembre 2010