Luigi/Gino Zatti, per tutti “Ciumbì”

Luigi/Gino Zatti, per tutti “Ciumbì”

Michele Consoli, da abile vignettista caricaturista qual è, l’ha sintetizzato in un ritratto che dice tutto. L’incudine a testimoniare il lavoro di fabbro, iniziato nella seconda metà degli anni 50; seduto su un pallone di cuoio (quanta nostalgia del pallone di cuoio!), a significare una vita dipinta di giallo-blu, i colori sociali dell’Orsa. Ed infine, sulla maglietta, l’immagine della Maestra  Allegretti, la maestra di coro, il Coro IsCa, il canto.

Sono gli amori, anzi le passioni, anzi… le storie infinite e quindi LA VITA di Luigi Zatti, detto Gino, in arte “Ciumbì”, perché Ciomba era il fratello Battista, ed al mingherlino Gino, considerando la mole imponente di Battista era naturale attribuire lo scotöm riduttivo.

Luigi, Gino “Ciumbì” Zatti, visto da Michele Consoli

Nato alla “Viola” il 7 luglio del 1941, Gino Zatti ha tagliato il traguardo delle 80 primavere, che a giudicare dal suo aspetto fisico e dalla sua carica, non si fanno proprio sentire. Mi avvicina una domenica in piazza, e col suo solito modo di fare, ossia un tono scherzoso e bonario miscelato al più perentorio “tal mànde a dìl”,  parlando con un amico mi guarda e dice:

Go fàt i ottant’agn e chèl siòr che èl gha gnémò scriìt nient de mé”.

Eccomi qui dunque a scrivere di “Ciumbì”, cosa che avrei fatto di certo di mia iniziativa, senza pressioni, e mi dispiace di avere così poco spazio da dedicare a una persona che entra a buon diritto nella categoria degli iseani più rappresentativi.

Gino, al ritratto che il tuo amico Michele ti ha donato, mancano forse due particolari: gli zoccoli e la bici.

Gli zoccoli sono il simbolo dei tempi duri. Sono nato in tempo di guerra, ma quando ho iniziato a capire ciò che stava accadendo attorno a me, eravamo già al dopo guerra, avevo cinque anni. Mi ero spostato dalla Viola ai Tesòr, dove mio padre gestiva uno stallo. Storie di piedi scalzi e di zoccoli appunto; di partigiani che correvano dietro ai fascisti. Una volta ne ho trovato uno dentro la buca del letame, in fondo alla Viola; o era caduto o si stava nascondendo, non so che fine abbia fatto, non l’ho più visto. Mi ricordo queste piccole cose,  attimi di vita che però ti  rimangono nella pelle.  Mi ricordo i mercanti che scendevano dalla valle e da Pisogne con i carri trainati dai cavalli. Lo stallo era grande,  ospitava 30/40 carretti, con le mercanzie, verza, castagne. C’era un bancone  lungo circa 15 metri e largo 6/7 e lì i mercanti prendevano le coperte e si mettevano a dormire, uno sopra e uno sotto, vicino ai cavalli; poi il venerdì alla buon’ora si preparavano per il mercato e come un corteo scendevano in piazza Garibaldi.      Per mangiare, se volevano, c’era la Trattoria Tesòr, che era collegata allo stallo. C’erano il brodo e la trippa.  Al paese eravamo in due a offrire questo servizio, noi e i Pezzini, sempre in via Roma, con un’Osteria e un cortile dove si mettevano i carretti. Il mio papà faceva anche il carrettiere trasportatore e andava fino a Milano con sei, sette, otto cavalli.

La bicicletta, da corsa, mi ricorda i tempi della gloriosa UC ISEO, io direttore sportivo e il dottor Tino Balestra Presidente. Avevamo la sede all’hotel Rosa, da Michele Sina… quante mangiate! Nel 1975, anno del Giubileo, siamo andati in bici fino a Roma, al Vaticano, dal nostro Papa bresciano, Montini Paolo VI. Eravamo io, Picinèla Colosio, Armando Zugni, Bonfadini, Bianchetti e Tino Balestra. Bei tempi, con Picinèla l’UC ISEO aveva fatto arrivare due tappe del Giro d’Italia, e un Trofeo Brooklyn, con la partecipazione, tra i tanti big, di Eddy Merckx.

Passiamo ai tempi dell’incudine. Hai  cominciato giovane a lavorare, come tanti ai quei tempi.

Nel 1956 ho finito le scuole dell’avviamento e sono andato a Brescia alla Moretto per tre anni conseguendo  il  diploma per avviarmi al lavoro di fabbro. Già nel 56 lavoravo alle dipendenze di mio cognato, Mario IO (a proposito di iseanità). E’ stato  lui ad “assicurarmi” per primo. La ditta si chiamava MAR-CON (Mario Consoli). Poi  dal 1960 abbiamo costruito il capannone  in via Cavour dove tutt’ora siamo. Nel 1967 la MARCON ha cessato e siamo diventati LARF (lavorazione artigianale ferro), eravamo io, Mario Consoli e  Gianni Zoni. Il ventennio dal ‘67 all’87 abbiamo lavorato come LARF e dal 1988 ad oggi come  ZA-BO (Zatti e Bonfadini). Le redini ora sono passate a mia figlia Daniela, ma io sono sempre lì, i preventivi li faccio io, sono sempre attivo insomma.

Il canto, il coro Isca, e anche la banda. Quando hai inziato a cantare?

Ho cominciato a cantare a 7/8 anni dai salesiani sotto Don Baggio, ma ho cantato anche con Don Landoni, quando c’era il coro San Vigilio. C’era una foto di noi ragazzi, le voci bianche: io, Milìna, forse anche  il dottor Pessina, tutti con la camicia rosso e blu a quadretti,  seduti sopra il  palco dell’oratorio. Una foto bellissima, chissà  che fine ha fatto.

A 17 anni invece suonavo il flicorno nella banda, unico giovane in una banda di Zatti, i Benedècc, Antonio, Franco, Valentino. Abbiamo inaugurato il rifugio Garibaldi in Adamello, andandoci a piedi con la nostra bandina. Alla banda mi avevano promesso di farmi suonare la Cornetta, ma la Cornetta non è mai arrivata; così, considerando che mi piaceva tanto cantare, ho cominciato con il Coro Isca, nel 1964.  C’erano mio fratello Ciomba, Mario IO, Angiolino Bolis. Abbiamo cominciato al Cral, dove la Maestra Allegretti allattava il figlio appena avuto. Poi la sede si spostò al Vaticano, in via Mirolte; dopo un anno ci spostammo nuovamente ed andammo dove c’era la vecchia sede del Cai, in via Pieve. Poi negli anni novanta, grazie all’assessore di allora, Ghitti “Gasusa”,  ci siamo trasferiti alla legnaia del Castello Oldofredi. Del Coro Isca sono stato Presidente per ben 48 anni, dal 1973 al 2021. Proprio quest’anno è subentrato Giorgio Premoli, mentre io sono diventato Presidente onorario.

Quando hai iniziato con il Coro ISca erano anche gli anni del servizio militare, altra esperienza di vita.

Ero Sergente, ho fatto il corso a Caserta nei bersaglieri e poi ho messo il basco dei carristi. Ho proseguito poi il servizio a Pordenone, e lì ho vissuto in prima persona la tragedia del Vajont, il 9 ottobre 1963. Il giorno dopo eravamo già lì,  a raccogliere morti. Siamo rimasti 20 giorni e ho visto scene apocalittiche.  L’effetto risucchio dell’ondata era stato talmente violento che le rotaie della ferrovia a valle si erano addirittura arrotolate. Si registrarono oltre 2.000 vittime: Piave, Meduno, lungo tutto il Tagliamento, una distesa di  vecchi, donne, bambini, tutti morti. Ricordo che ogni giorno venivamo disinfettati in un salone, a squadre, col getto d’acqua. Il ministro della difesa quell’anno era Andreotti, e mi hanno anche premiato.

Concludiamo questa bella chiacchierata con quel pallone di cuoio, che vuol dire solo una cosa: Orsa Iseo

Con l’Orsa ho esordito a 16 anni a Lumezzane in Prima divisione, quella che oggi sarebbe la Promozione. Ruolo: Ala sinistra. Mi chiamavano “Ghiggia”, come Alcides Edgardo Ghiggia, l’attaccante uruguaiano. Ho sempre giocato nell’Orsa, tranne una parentesi in cui sono andato al Beretta di Gardone Valtrompia in Serie D, in prestito. Solo per pochi mesi, perché la strada per andare ad allenarsi era brutta e io non avevo la macchina. Ho smesso di giocare a 26 anni, quando mi sono sposato, ma dire “smesso” è una parola grossa, perché subito dopo i signori Biasca e Lancini mi consegnarono le chiavi della società, e dal 1968/69 fino al 2012 sono stato per l’Orsa giocatore, allenatore, direttore sportivo, guardalinee, magazziniere e Presidente, ho fatto tutto. Sono stato il Presidente quando l’Orsa era ai massimi livelli, in Eccellenza, con giocatori che arrivavano anche dai campionati professionistici, come Hubner.

E qui bisognerebbe aprire una parentesi lunga decine di pagine, per raccontare personaggi, storie, leggende, aneddoti. Dico solo che quella mattina in cui “me l’ha mandata a dire”, Gino era fresco di nomina a Presidente onorario dell’Orsa. Un riconoscimento che non poteva mancare per una persona così speciale.

Gianluca Serioli

da PUNTO D’INCONTRO nr.96 del 15/12/2021

Se vuoi abbonarti e ricevere ogni uscita di PUNTO D’INCONTRO al tuo domicilio e alla tua mail, scrivi a:

piacereiseo@libero.it // tel. 346 0902200