Eh sì… In questa foto nel cassetto mi gioco il jolly. Fa un po’ paraculo, ma l’occasione è troppo importante: gli 80 anni di mio papà!!!
Certo, Franco Ziliani si è dedicato un Cuvèe, io mi accontenterò molto volentieri di questo spazio che mi è stato concesso. L’idea mi è venuta un paio di settimane fa quando ho accompagnato MINO (è da quando ho 4 anni che lo chiamo così) a fare le analisi di controllo in ospedale, e lì abbiamo incontrato Gino Cipelletti per tutti “QUINTO” che se n’è uscito con un: “Eh Mino, una volta ci si incontrava al bar, ora invece…” La nostalgia negli ambienti ospedalieri la fa da padrona, ma mi è sembrato comunque un siparietto simpatico da ricordare. Mi è subito saltata alla mente una vecchia foto, pardon… una foto “datata”, rigorosamente in bianco nero, con loro due seduti al Portichetto ( o forse all’Ariston) versione anni 70. Due vitelloni locali con un look che oscilla tra Clark Gable e Pablo Escobar, e un fare misterioso, ma al tempo stesso spavaldo. Certo ora di momenti così su uno smartphone se ne immortalano tanti, ma 50 anni fa erano scatti rari . Non potendo però io celebrare Mino, un po’ per par condicio un po’ perchè non sarei imparziale, ho demandato il compito a tre persone che ne hanno le capacità, ma soprattutto ne hanno conoscenza e stima. Certo mancano i pensieri di Mauretto ed Enzo, che ne avrebbero ricamato aneddoti e caratteristiche come i migliori romanzieri, ma Micio, Ricky e Tino non sono certo da meno, vuoi perchè sono ottime penne, ma soprattutto perchè sono molto amici. (Fabio Botti)

Il poliedrico Mino, insofferente ai chiacchieroni e al compromesso
Philippe Daverio rimase basito dalla citazione dei testi che Mino gli confessò di avere letto. Aveva capito di essersi imbattuto in un autodidatta di notevole spessore. Questo è uno dei molteplici aspetti che concorrono a valutare la personalità schiva e scontrosa di questo ferroviere pensionato. Dotato di una manualità che gli viene da esperienze giovanili, sa passare con disinvoltura dalla penna al pennello, al mestolo del gastronomo. Scrive con proprietà di cose concrete e di ricordi, dopo essersi sempre documentato accuratamente; fa quadri apprezzati assembrando con felice intuizione sagome e colori tali da creare uno stile singolare e personalissimo; sa cucinare piatti saporiti della nostra tradizione culinaria. A completare l’identikit del personaggio si possono elencare la sua insofferenza ai chiacchieroni, il rifiuto di ogni compromesso, la totale sfiducia nel nostro mondo politico, l’accondiscendente disponibilità nei rapporti con gli amici.
(Aurelio Micio Gatti)
Le camminate sul lungolago di prima mattina con Mino, che sa di cosa parla…
Non conosco nessuno che come Mino riesce a citare nello stesso discorso Schopenauer e Tofen (non cercatelo su Google: la sua frase “me so ‘n bel comunista e se ‘l Duce ‘l me dis de parter amò me parte subit” è consegnata alla piccola storia della nostra comunità). La camminata di prima mattina sul lungolago, subito dopo il caffè al bar, è per me un’occasione unica per ascoltare storie straordinarie: esilaranti quelle dei suoi “colleghi” alla Snft, raccontate con dovizie di particolari perché vissute da testimone oculare. Impegnative, intellettualmente e culturalmente, quelle sul Bauhaus, la Secession e lo Jugendstil. Mino sa di cosa parla. E ne parla con passione e cognizione di causa perché da almeno 60 anni è uno dei protagonisti della vita civile di Iseo. La speranza è di farne ancora migliaia di quelle camminate seguendo il consiglio del suo autore preferito Walter Benjamin:
“Uscire di casa come se si giungesse da un luogo lontano; scoprire il mondo in cui già si vive; cominciare la giornata come se si sbarcasse da una nave”.
(Riccardo Ricky Venchiarutti)
Mino, il creativo
Mino Botti ha vissuto una vita da creativo. Interpretando al meglio lo spirito del luogo, i caratteri che formano la nostra concezione del mondo, il gusto per la contemplazione, quasi ellenica, il talento della intelligenza per l’arte, autodidatta per letture di profondità, la pratica dell’ironia verso sè e verso gli altri. E’ stato ferroviere, ricercatore storico, ha scritto memorie e raccontato episodi tragici e dettagli ironici, ha frequentato la politica e le osterie, le amicizie e le istituzioni della società. Non guida, si sposta in bici, osserva il lago da vicino e il mondo da lontano. Mi capita, ogni volta che varco la soglia di casa, di trovarmi davanti, appeso alla parete di fondo, un quadro di Mino. Ogni tanto mi dico: “basta lo cambio”. Ma poi non riesco a staccarlo. E’ diventato un pezzo di casa. Per abitudine, ed anche per dare la giusta dimensione alle cose. Il quadro è una sorta di memoria del nostro tempo. E’ fatto con scarti di legno, e di cartone, un pò di biacca. Racconta di madre e figlia che guardano un pezzo di paese sotto una nevicata, un paesaggio invernale. Il sapore è vagamente dickensiano. Immagina il fumo della ferrovia, la nebbia su lago, il gelo delle fontane, gli amici dell’infanzia. E dice lo stupore della bellezza, che è il primo dei tre principi di saggezza cui Mino è stato fedele per diventare, oggi, saggio per definizione d’età. Il secondo è l’indignazione per le giustizie che Mino ha esercitato con il comporta-mento quotidiano. Il terzo è il rifiuto delle intolleranze, delle guerre casalinghe o di Stato, le scelte di una vita di pace capace di dare senso alle cose e sapore ai giorni. Auguri Mino.
(Tino Bino)

