Ridatemi il Flipper, che quello non ha mai rovinato nessuno. Ridatemi quel gusto di competere con una macchina, mettendo sul piatto l’abilità di una persona, e non solo la sua fortuna o sfortuna. Ridatemi una “sana” valvola di sfogo e un divertimento fatto di poche monete, di sfida e di ambizione, il godimento e la soddisfazione di far risuonare quella sagoma di vetro e metallo di mille colori colorata, presa di forza come fosse un toro da domare; quello di farla arrivare sfinita sul confine del “Tilt”, sommersa di “tin tin, ten ten, tan tan tan, tara tan tan tara tan!!!”, e di vedere quei numerini neri su sfondo bianco girare freneticamente fino a giungere al record, da firmare orgogliosi col proprio nome o soprannome (ciò che oggi chiameremmo Nickname) e da tenere controllato nel tempo, come un’atleta fa con un record olimpico, sperando di non trovarvi un risultato migliore e un nuovo vincitore.

Scusate, è una botta di nostalgia che mi viene ogni volta che mi fermo sul luogo del delitto, laddove negli anni quella stanza è diventata magazzino della pizzeria “Al Timone” (quanti ricordi anche lì!), poi di una sfortunata polenteria ed infine un locale abbandonato, chiuso al ricordo da una serranda. Una piccola stanza, con una vetrata, e dentro due flippers, qualche gioco Arcade e un Juke Box, dove le canzoni più gettonate erano “Karma chameleon” dei Culture Club, “Video killed the radio star” dei Buggles e “Hard to say i’m sorry” dei Chicago . Tempi passati, con quei Flippers che oggi sono solo il pittoresco arredamento “vintage” di case abitate da sparuti finti giovani nostalgici di quel periodo tanto complicato quanto spensierato, lasciando il passo alle slot machines, ai gratta e vinci e diavolate varie dei giorni nostri. E invece dei recordman che spendevano due monete per vincere con la propria abilità la sfida ottenendo come premio un istante di gloria e la firma del “Re del flipper”, ci sono oggi persone che camminano strade e marciapiedi a testa bassa e che ti chiedono 10 euro con la scusa di fare compere in farmacia, per poi trovarli invece dietro l’angolo, poggiati al muro, o seduti a un tavolino di un bar a grattare cartoncini con una patina d’argento dietro la quale si illudono di trovare un futuro migliore, senza il sudore della conquista, oppure a pigiare forsennatamente i tasti di una slot, che oramai non hanno più neppure la fatica di tirare la leva caratteristica. Persone “svuotate” nelle tasche e nella dignità, che cambiano strada per non fare i conti con il senso di inferiorità che ha devastato la loro coscienza. Per favore, ridateci il Flipper, che quello non ha mai rovinato nessuno….

Gianluca Serioli

