Ci sono tre motivi per i quali non dimenticherò mai quel maggio. Il primo è il mio matrimonio, caduto (caduto?) il 16 maggio del 1992, trentesimo anniversario, auguri!
Io me lo ricordo ancora bene quel giorno, e non solo perché faceva un caldo boia e il giardino del ristorante Aquarium era invaso dal polline. Un matrimonio che, se ci fosse stato allora il programma Tv “Quattro matrimoni” (stesso format del programma sulla ristorazione di Alessandro Borghese), avrebbe vinto sicuramente il primo premio. Non di certo per l’originalità (il mio matrimonio è stato il più tradizionale possibile), ma per come si è svolto. Avete forse avuto voi un matrimonio dove… la mattina tutti in chiesa, celebrazione religiosa delle nozze, scambio degli anelli, con mano insaccata nella tasca piena di borotalco (a causa dell’anello troppo stretto e delle dita in sudorazione tensiva), poi lancio di riso, tutti al ristorante, entrata festosa con la marcia nuziale, pranzo frugale e poi alle 15, mentre gli sposi sono impegnati nel servizio fotografico, gran parte degli invitati si spostano di nuovo in chiesa per partecipare al funerale di una caro amico perso troppo giovane, dopo anni di agonia?
Povero caro, bisbetico e sfortunato amico “Gallo”, al quale prima o poi dedicherò un doveroso ricordo… Che riposi in pace, anche se in questo momento, se esiste davvero un aldilà, sarà incazzato per averlo chiamato con il soprannome che tanto gli dava fastidio.
Ma il mio matrimonio, e quel maggio, lo ricorderò sempre anche per il Viaggio di nozze, a Parigi: trasferimento in quel di Milano di primissimo mattino (diciamo all’alba), destinazione stazione centrale, con il “TA PER UNO” di Maschiètt, reduce la sera precedente dall’adunata nazionale degli alpini, senza un filo di voce.
Era il maggio delle prime volte: il TGV (Train Grand Vitesse) che in teoria doveva essere il treno a grande velocità, era ancora in fase sperimentale (i tratti predisposti alla supervelocità erano ancora pochissimi), tanto che nella capitale francese giungemmo con i tempi più o meno uguali ai treni dei “comuni mortali”.
Poi era il maggio dell’inaugurazione di Eurodisney, che infatti festeggia insieme a noi i 30 anni.
Parigi allora era la prima città cosmopolita europea, mentre in Italia ancora faceva effetto vedere un uomo di colore per la strada, che lo consideravamo scappato dalle spiagge dell’Adriatico, unico luogo in quegli anni frequentato da sparuti (sparuti?), gruppi di venditori “marocchini” (così li chiamavamo allora, non considerando che l’Africa contava e conta ancora oggi oltre 50 Stati).
Senegalesi, algerini, cingalesi, turchi, namibiani, ma anche filippini, cinesi, giapponesi… una mescolanza di colori e odori che, lo ammetto, allora mi aveva messo a disagio; mi sentivo un pesce fuor d’acqua, tanto che a cena finivo sempre nella pizzeria tipicamente italiana con il cameriere, italiano sulla cinquantina, ad accogliermi con un allegro “eccolo qua, il mio amico Ludovico”. A pensarci bene ora quell’allegro signore avrà ottant’anni, così come io, allora ventitreenne, mai avrei pensato un giorno di avere 53 anni, due figli e ancora una moglie, la stessa moglie… come passa il tempo e come si rimane tradizionalisti!
E poi c’è il terzo motivo per ricordare quel maggio e quel giorno quando, rientrato in albergo dalla solita cena nel solito posto, ho acceso la televisione sul canale francese che stava trasmettendo immagini drammaticamente italiane: un’autostrada trasformata in campo di pietre arate, due Croma grigie ed una bianca, ancora fumante, lo sbigottimento della gente accorsa sul posto dalle abitazioni confinanti con l’autostrada, e quel cartello verde con scritto “CAPACI” che passerà alla storia, così come passerà alla storia l’assurdità di quel momento così… assurdo.

Quel giorno, il 23 maggio del 1992 hanno ammazzato il giudice Falcone. Lo ha fatto saltare in aria uno Skateboard carico di tritolo, RDX e nitrato d’ammonio (una potenza pari a 500 kg di tritolo), spinto sotto un cunicolo dalla mano di un mafioso, Giovanni Brusca, su mandato di Totò Riina e di Cosa Nostra. Una strage, una tragedia: tre agenti della scorta muoiono sul colpo, altri due si salvano e rimangono lievemente feriti; Falcone e la moglie vengono estratti ancora vivi e coscienti dalla vettura e trasportati in ospedale in condizioni gravissime. Falcone muore per primo, poco dopo il ricovero, tra le braccia del giudice e amico fraterno Paolo Borsellino, la moglie Francesca qualche ora più tardi durante una disperata operazione chirurgica.
La televisione dice che a Palermo, al carcere dell’Ucciardone, la notizia viene accolta festosamente dai carcerati, Cosa Nostra brinda e festeggia il successo… sempre più triste e sempre più assurdo. Due giorni dopo si celebrano i pubblici funerali, in una Palermo piena di rabbia e di impotenza.
A Roma non riescono ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica (che sarà poi Scalfaro, uno dei peggiori). I politici presenti alle esequie vengono fischiati, strattonati, insultati. E là dentro, nella chiesa, entrano una dopo l’altra le bare di Falcone, della moglie Francesca, degli uomini della scorta: Rocco, Antonio, e Vito, che quel tragico giorno non doveva essere di turno. L’accorato e inutile appello della vedova di quest’ultimo, un’implorazione tra le lacrime ancora oggi inascoltata:
«Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani mio, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato, lo Stato…, chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro, ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare… Ma loro non cambiano… loro non vogliono cambiare… Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue, troppo sangue, di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti. Ma non c’è amore…. non ce n’è di amore!”
E l’Italia onesta attonita piange, perché ha capito che è finito tutto. Già… “E’ finito tutto”… è stata la frase pronunciata con voce flebile e addolorata da Antonino Caponnetto, fino a due anni prima a capo del Pool Antimafia istituito da Rocco Chinnici (morto ammazzato da Cosa Nostra nel 1983), il giorno della strage di Via D’Amelio, in cui toccò a Paolo Borsellino incontrare la morte, un attimo prima di salire le scale per raggiungere l’amata madre.
Sono passati trent’anni dal giorno in cui da quella TV Mivar 15 pollici parigina uscirono quelle immagini e quelle voci di dolore.
Cosa è cambiato?
e cosa abbiamo fatto per far si che le cose cambiassero? E’ cambiato poco, purtroppo: a Palermo Totò Cuffaro, ai tempi principale accusatore di Giovanni Falcone e della magistratura, condannato in via definiva per concorso esterno e favoreggiamento a Cosa Nostra, oggi torna a giocare un ruolo di primo piano sullo sfondo di alleanze e coalizioni nelle elezioni comunali e regionali in Sicilia. E con lui torna in scena pure Dell’Utri.
La Mafia e Cosa Nostra si sono evolute e non sono più solo affare delle Sicilia, della Calabria e del sud in genere. La Magistratura è più che mai messa in discussione, persino dall’attuale Presidente della Repubblica e da politici che, proprio in questi giorni, almeno in questi giorni, dovrebbero stare solo zitti.
La mafia e la ‘ndragheta sono qui, da noi, sono vicine, basta leggere i giornali, la cronaca nera locale.
Mi onora, nel mio piccolo, essere stato, da iseano, colui che ha dato lo spunto per la realizzazione di una rassegna sulla mafia denominata TRAGICAMENTE ASSENTI.
Una rassegna su più serate che ha coinvolto ben otto Comuni (Provaglio, Corte Franca, Paderno, Passirano, Rodengo, Monticelli, Ome, Castegnato) ed ha visto, purtroppo, l’assenza proprio di Iseo, il mio Comune.
Particolarmente interessante la serata di Corte Franca, con la partecipazione delle Magistrate Claudia Moregola e Silvia Bonardi (iseana), le quali hanno sottolineato come la mafia non sia più solo lupara e pizzo, ma sia tante altre cose: evasione fiscale, aperture e chiusure repentine di bar, attività con prestanome, farsi beffa di regolamenti e normative, e soprattutto hanno ribadito come sia fondamentale, nella lotta a mafia e ‘Ndragheta e al loro proliferare, il ruolo dei sindaci, che devono essere delle vere e proprie sentinelle. Ecco, su questo io sono preoccupato ed esorto il nostro Comune a tenere la guardia alta.
Gianluca Serioli

