Il mio cane faceva tre giri e mezzo

Il mio cane faceva tre giri e mezzo

Il mio cane, il mio primo cane, è stato un Cocker. Si chiamava Dick, e faceva tre giri e mezzo.

Eravamo sul finire degli anni 70, e io c’avevo quasi 10 anni. Eppure me lo ricordo ancora bene quel “rituale”, così come mi ricordo bene quegli anni, semplici, spensierati, fatti di giochi all’aperto, nella piazzetta, o al “campo bruciato”, dove oggi c’è la casa di Cindri.

C’era Gianbattista con Gedeone, il suo cane bassotto. C’era Beppone, che della via era il secondo più bravo a giocare al pallone, e faceva già il libero nell’Orsa. C’era Walter e il piccolo Raffaele, la famiglia Ferrari, con Laura, Stefano, Marco e l’intellettuale Andrea. E poi la famiglia Mazzoldi, con Mauro, Andrea il primo più bravo a giocare a pallone, anche lui nell’Orsa, e Giorgio, il più “pericoloso”, che se ci litigavi, prima ti picchiava, poi ti chiedeva scusa. Il papà dei Mazzoldi era amante delle barche e delle auto. Ricordo che nel cortile una volta aveva “parcheggiato” un Aquarama (o simile), e poi aveva il mitico “Squalo”, la Citroen che quando l’accendevi si alzava e quando la spegnevi si abbassava coprendo le ruote. Poi anche la Giulia c’aveva, che quella era l’auto usata anche dai Carabinieri.

Il retro della mia casa confinava col binario morto dei treni (ed è ancora così), e di là dal binario morto un campo che d’estate diventava una distesa di “pappacicci” e “pissa nel lèt”, che ora invece non ci sono più. Più in là ancora ci si inoltrava nella profonda e misteriosa via Gorzoni, ricca di canneti che poi si aprivano su altri campi, con quel casotto con l’albero a fianco, che una volta c’ero salito per guardare se da lontano arrivava la banda di Arturo “culo duro”, che erano tempi in cui ogni via aveva la sua banda, e poi non riuscivo più a scendere, che già a 10 anni avevo scoperto di soffrire di vertigini.

I sentieri da lì continuavano diventando sempre più stretti e inesplorati, col terreno a farsi sempre più paludoso e instabile, dando vita alla leggenda che da quelle parti ci fossero le sabbie mobili. Lì un giorno si era impantanato l’elefante scappato dal circo, che poi morì,  e ci volle il “Mecca” Consoli, mi sembra col trattore,  per tirarlo fuori. Per me già lì il “Mecca” aveva capito che il futuro per lui sarebbe stato il soccorso Aci e la rimessa in strada di camion e bus incidentati finiti fuori carreggiata, nei fossati, nei dirupi.

Signore e signori è ufficiale, sono andato fuori tema, ma quando penso a quei tempi, alle partitelle, ai palloni tagliati nel giardino del vicino o della vicina cattiva (tutti ne abbiamo avuti almeno uno o una), ai palloni  infilati sotto le marmitte delle 127, come dice Samuele Bersani nella canzone “Che vita”, mi viene tanta malinconia e nostalgia oltre alla coscienza di… di… di essere andato di nuovo fuori tema!

Comunque… il muro del confine tra il binario morto e la mia casa faceva da parete alla cuccia dove stava Dick. Lui era un orologio vivente: la notte faceva la guardia gironzolando in lungo e in largo per il giardino. Poi a mezza mattina veniva legato alla sua cuccia. Sì, veniva legato con tanto di catena, ma aveva un bel raggio d’azione,  poteva permettersi lo stesso qualche libertà sul retro della casa, ma davanti no, non poteva andare, perché al piano terra ci stava lo studio dentistico, e tra i clienti/pazienti che arrivavano durante il giorno  c’era chi aveva paura dei cani, meglio non correre rischi insomma.

Dick sapeva quando era il momento di dormire, d’inverno all’interno della cuccia, in primavera e d’estate all’esterno, sfruttando l’ombra del muro e lasciandosi cullare dalla brezza corroborante che arrivava diretta dal Gölem. Dick sapeva quando era l’ora di mangiare, e se facevi tardi cominciavi a sentire il suo richiamo, un’abbaiata timida di chi sapeva che se eri in ritardo c’era un motivo. Diventava intransigente però verso sera, quando sapeva che lo studio dentistico era prossimo alla chiusura e francamente, te lo faceva capire, ne cominciava ad avere piene le scatole di starsene là di dietro, spiando noi ragazzini che giocavamo a calcio.

E allora ecco che alle 17.30 cominciava a lanciare qualche abbaiata intermittente, che si faceva sempre più insistente, fino a diventare esasperante verso le 18. Ero io l’incaricato della “liberazione”. Toccava a me rompere gli indugi,  anche perché il momento coincideva con il rientro a casa dal gioco, per lavarsi per bene e mettersi a tavola per la cena.

Più vedeva diminuire la distanza tra me e lui e più Dick si dimenava, avanti e indietro, indietro e avanti, con la coda mozzata agitata a tal punto che se gli attaccavi  un ventaglio, d’estate  potevi fare a meno del ventilatore. Una volta arrivato di fronte l’agitazione toccava i massimi livelli,  iniziava a saltare e a saltarmi addosso,  fin quando capiva che se non tornava tranquillo non potevo sganciargli il moschettone dal collare per lasciargli la libertà.

E allora cosa faceva? Si accucciava e diventava docile… ma fingeva, diavolo d’un cane! Fingeva di stare buono solo per farsi staccare prima possibile la catena e poi… via! Un cane sciolto, una furia! Via  di corsa a fare in tutta velocità il perimetro della casa. Io lo aspettavo dietro l’angolo, per fermarlo e giocarci insieme, ma non c’era niente da fare, non c’era verso, lui passava, a volte saltava anche la piccola siepe del vialetto, e poi… via verso il secondo giro.  Di nuovo il perimetro della casa, e di nuovo io ad aspettarlo, ma lui niente, rendeva vano il mio tentativo di sbarragli la strada, mi aggirava con grande facilità, aveva tradito la mia fiducia, e con gli occhi spiritati si accingeva a fare il terzo giro, stavolta con una velocità più moderata, che la stanchezza cominciava a farsi sentire. Ma completava anche quello, per poi fermarsi a metà del quarto giro.

A quel punto aveva smaltito tutta l’adrenalina accumulata durante il giorno, incatenato. Ma anche gli occhi non erano più spiritati, si erano fatti buoni e quello era il momento della riappacificazione, delle coccole e del gioco insieme a me. Tutto era tornato normale, la tempesta era passata, la quiete tornata. Si avvicinava la sera e poi la notte, e probabilmente la notte portava consiglio anche ai cani.

Ogni tanto ci penso al mio primo cane, e anche se ne ho avuti altri quattro negli anni, il primo cane non si scorda mai. Ci ho pensato di nuovo proprio oggi, che è un giorno particolare, e ci ho pensato proprio perché ho trovato una similitudine forse sempliciotta e superficiale, ma se  il mio pensiero di anima sensibile  è andato proprio lì un motivo ci sarà.

Oggi è il 18 marzo ed è la giornata del ricordo delle vittime del Covid.

La memoria è importante, ci insegna a non ripetere  gli stessi sbagli del passato. E io ricordo che prima del Covid tutti o quasi non eravamo certo spensierati come sul finire degli anni 70. Eravamo invece scontenti, legati su un ottovolante che passava da una crisi economica all’altra. Tutti o quasi dicevamo “deve succedere qualcosa di grosso, che resetti tutto, perché così non si può andare avanti”. Ci aspettavamo di tutto tranne quello che è arrivato, un qualcosa di sconosciuto, che ci ha messo paura. E noi di Brescia e di Bergamo, insieme a Codogno,  siamo stati i primi in Europa a venire risucchiati in questo vortice d’angoscia e di dolore. La colonna dei mezzi militari con le bare dei defunti, i tendoni del triage, le notti insonni, il suono ininterrotto delle sirene, i funerali via cellulare, i giornali che contavano fino a sette pagine di annunci mortuari,  i cimiteri chiusi, le chiese chiuse, tutto chiuso. Ci siamo trovati rinchiusi  nelle nostre case, abbiamo perso la libertà, i più sfortunati anche i propri cari senza neppure un saluto.

Si eran invertiti i ruoli: eravamo noi gli incatenati,  e il cane era l’unico che poteva liberarci, perché l’uscita di casa per una camminata era consentita solo per fargli fare i bisogni.  E quando avevamo capito di essere impotenti ci siamo ripromessi TUTTI di essere migliori una volta usciti dal tunnel, proprio come Dick che prima di essere sciolto dalla catena aveva finto di essere buono e pacioso.

Come è andata a finire? Mi sa mica tanto bene, sono molti coloro che hanno tradito e sono partiti spediti schiumando rabbia ed egoismo a destra e a manca.  Altro che migliorare, alcuni sono rimasti uguali, altri hanno gettato la maschera e altri ancora sono peggiorati, ma tanto.

Sono passati tre anni, e sono stati anni passati male, nella mancanza  di memoria e di empatia, nella cattiveria  e nella disumanità che proprio in questi giorni ha banchettato sugli altari di una società in piena decadenza. Penso a chi in quei giorni ha rischiato la vita, ha dovuto prendere decisioni importanti in pochi secondi, ha dovuto addentrarsi in un terreno inesplorato, scontrarsi con l’ostruzionismo di una politica becera, e con l’egoismo dei poteri forti di Confindustria, a mio parere vera responsabile delle mancate chiusure in Val Seriana.  

Oggi queste persone, che siano di destra o di sinistra, sono sotto processo, derise e ancora più ingiuriate da coloro che erano vigliacchi allora e lo sono ancora di più oggi. Penso all’odio e all’ignoranza sempre più crescenti sui social, che non dovrebbero chiamarsi più social ma qualcosa tipo “cloaca sociale”.

Penso ai fatti di Cutro e a come il nostro governo e la politica in genere si sono approcciati a questa tragedia. Ho dovuto prendere atto che c’è davvero gente che al posto del cuore ha un bidone della spazzatura. Spero solo che questa gente diventi col tempo sempre più minoranza fino a sparire.  Penso che fin quando la politica avrà la meglio sul senso di umanità, rincoglionendoci, non avremo mai niente da imparare, men che meno da insegnare ai nostri figli e alle future generazioni.

Ad oggi abbiamo fatto tre anni come cani sciolti da una catena, proprio come i tre giri del mio cane, che però a metà del quarto giro si è fermato, stanco sì, ma probabilmente anche perché si era reso conto che era inutile continuare a correre attorno a una casa con gli occhi spiritati. Molto meglio fermarsi e farsi coccolare, e giocare, vivere l’attimo e la libertà ritrovata.

Cosa volete che vi dica, speriamo che anche l’essere umano e ciò che resta di esso, a metà del quarto giro si fermi e si faccia un esame di coscienza, che la vita è troppo bella per essere vissuta nell’ignoranza, nell’odio, nel rancore e nella disumanità. Sarà utopia, comunque sempre meglio che vivere in una società distopica.

Ps: a proposito di memoria e di ricordo…. La cuccia di Dick, il cane che faceva tre giri e mezzo è ancora lì, dietro casa. Dopo 45 anni è ancora lì, e oggi ci ho fatto pure una foto.

Gianluca Serioli

PUNTO D’INCONTRO nr.106