L’acqua, “la migliore di tutte le cose” nella massima di un filosofo greco dei tempi d’Oro, semplice solo in apparenza, in realtà densa come un “koan”, la tavoletta buddista che è miniera di saggezza. E, in effetti, più ci si riflette sopra, più si accavallano i significati in un gioco di caleidoscopio dove la realtà si diverte, come una donna di bellezza intelligente, ora a mostrarsi ora a coprirsi in un intrigante roteare di veli. Perché, a pensarci bene, noi stessi apparentemente così solidi e terreni, siamo in gran parte fatti d’acqua: la sua salute è la nostra salute, significa essere ricchi, ma una sua penuria alla fine (si riflette sulla qualità della vita per tutti e quindi) si trasforma in povertà vera.
Nell’ecologia del tutto l’acqua è il vero fattore limitante. Per chi vive sulle rive di un lago non è così semplice rendersene conto: sembra che l’acqua, così allegra nel suo azzurro squillante dei giorni di cieli larghi, sarà sempre lì a soddisfare tutti i nostri capricci… Quando la base energetica della società era solo l’agricoltura, ci sono state guerre secolari.
Lungo il corso dell’Oglio i castelli dei bresciani fronteggiano specularmente, guardandoli in cagnesco, quelli dei bergamaschi. In estate non c’era acqua a sufficienza per i due territori, le rogge storiche deviano tutte verso la nostra parte, mute testimoni di sanguinose vittorie, di qui le campagne sono fertili, di là un pò più tristi… L’acqua dunque, il centro di tutte le cose, l’inizio della vita, la sua purificazione come poeticamente con denso simbolismo ricorda il rito del battesimo cristiano.
Per chi è nato in una città d’acqua, e Iseo riecheggia anche nell’etimo questa sua intima realtà, il rapporto col principe degli elementi è più colorato e direi musicale. L’acqua cicaleggia in continuazione con le rive e il nostro dialetto, come per adattarsi a questi suoni ha meno asprezze che non quello dei paesi circostanti.
Un proverbio bellissimo nella sua semplicità è lì come un colpo di gong a tratteggiare tutte le conseguenze di un microcosmo: “Bere l’acqua del porto…” sta a significare il profondo immedesimarsi di chi ha trascorso la sua infanzia in questo ambiente così ricco di stimoli, tanto che separarsene è sempre un segreto dolore.
Il mio ricordo più vivido, quello che mi segue ovunque vada, è l’odore dell’acqua, anzi i suoi mille odori che io vado investigando quale ostinato bracchiere di realtà minime. Che bello l’estate quando gli altri storcono il naso mentre io vengo assalito e turbato dai profumi d’alghe che vanno macerandosi in essenze misteriose. Le libellule ne rimangono giustamente stupite ed io con loro.
L’odore combinato del legno della barca da pesca con l’acqua di sentina è per me un narcotico dei più dolci: nella mia mente riesco a secernerlo nel ricordo quando l’oste impietoso che è la vita presenta i suoi conti d’amarezza e di sconfitte. Rivedo allora, e rivivo, complice quell’odore, genio da lampada di aladino, mio nonno in barca, pescatore-duce col suo fido scudiero Penna, da lui trovato bambinetto senza famiglia che viveva come un selvaggio nel canneto. E a me ragazzo arso dalla sete in mezzo al lago veniva data da bere l’acqua del lago stesso, servita con la sassola di legno, intrisa d’odore d’alga e di pesce, che serviva per sgottare la barca. Odori che vado ancora inseguendo in certe mie trovate senili quando attraverso lentamente il lago a nuoto una volta all’anno in solitaria, annusando animalescamente i vari messaggi che l’acqua mi invia accavallandosi nelle tante correnti di temperature diverse che vado incontrando in questa mia piccola follia da capelli grigi. Un rito pagano che sono obbligato a officiare per la salute della mia anima e del resto, in illo tempore, fonti, ruscelli, fiumi, laghi, mare erano abitati da presenze divine che traducevano, personificandola, la sacralità del nostro elemento primordiale.
Perchè stupirsi se c’è ancora chi si illude di sentire il richiamo silenzioso delle mille ninfe che popolano le acque?

