(Iseo, 17/07/1917 – 25/05/2006)
«Car i mé pórtech vècc a bissabóa prucissiù dè colòne scompagnade, oradèl a capète ricamat ‘n fond al bigaröl dè le fassàde […]» ( da «… e sö e zó …»)Trad. «Cari i miei portici vecchia serpentinaprocessione di colonnedisegualiorlo a merletto ricamatoin fondo al grembiule delle facciate […]»
Franco Fava è uno dei più eclettici e rimpianti personaggi della Iseo del secondo novecento. Nato a Iseo da genitori di Colorno (Parma), consegue il diploma di ragioniere all’istituto Tartaglia di Brescia nel 1937. Dal 1938 al 1945 presta servizio militare dapprima nella scuola allievi ufficiali del Corpo Automobilistico di Torino, poi nella divisione motorizzata «Trento» durante le campagne di Francia e di Libia.
In seguito agli avvenimenti dell’8 settembre del ’43, cade prigioniero dei tedeschi ad Appiano (Bolzano) e viene deportato e internato, per 19 mesi, in sette campi di concentramento per ufficiali sparsi tra Austria, Germania (Prussia e Luneburgo) e Polonia. Durante la prigionia si rivela uno dei più risoluti e determinati oppositori a qualsiasi forma di collaborazione proposta dai nazisti.
Benché giovane, le sue posizioni anticollaborazioniste lo portano a diventare amico di altri esponenti della cultura italiana che condividono la stessa sorte di deportati e di tenaci oppositori al nazismo: il prof. Valerio Giacomini (ordinario di botanica a Roma ed ecologo di fama mondiale), Giovanni Guareschi, il professor Lazzati (poi rettore dell’Università Cattolica), il pittore Novello e l’ingegner Martignago di Torino; quest’ultimo, con mezzi rudimentali, riesce nell’intento di costruire una radio clandestina (ribattezzata «Caterina»), l’unica che si ritiene essere stata in funzione nei campi di concentramento e che Fava, con un’azione rocambolesca quanto coraggiosa, riesce a salvare dalle perquisizioni, scontando per sé e per i propri compagni le dure punizioni tedesche.
Trovatosi al campo di prigionia di Biala Podlaska (Polonia), nonostante le durissime condizioni climatiche e di vita, si rifiuta (insieme ad altri 57 ribelli) di aderire alla nascente Repubblica Sociale Italiana (Repubblica di Salò), decisione che l’avrebbe sollevato dalla condizione di internato. In virtù di questa presa di posizione, nel 1974 viene invitato a Biala Podlaska, in occasione dell’inaugurazione di un cimitero e di un grande monumento dedicati ai militari internati, dove riceve l’onorificenza di partigiano polacco onorario. Liberato nel 1945 a Wietzendorf, viene catturato nuovamente da un ultimo manipolo di SS e trasferito a Bergen – Belsen. Grazie alla disponibilità di un soldato americano, riesce a trarre in salvo, su un autocarro statunitense, il capitano Vittorio Delle Case, redattore capo del Popolo di Brescia.
Rientrato in Italia alla fine del 1945, rinuncia agli studi universitari e trova lavoro presso l’azienda ferroviaria (ex SNFT) come capo del personale e addetto alle pubbliche relazioni. Nel 1949 si sposa con Gianna Angeletti, dalla quale ha tre figli: Pierluigi, Mario ed Alessandro.
Nel 1950 si impegna in politica: eletto consigliere comunale per il partito socialdemocratico (PSDI), diviene successivamente assessore e prosindaco. Nel 1970 abbandona gli impegni politici. Collaboratore e corrispondente di diversi periodici e quotidiani per il lago di Iseo (vale la pena ricordare il Corriere della Sera e il Giorno), Fava si distingue soprattutto per le sue inclinazioni artistiche di poeta dialettale, scrittore, scultore, pittore, fotografo, grafico e arredatore.
Sul versante artistico, Fava apre nel 1960 ad Iseo una galleria d’antiquariato, «Roba Ecia», attualmente gestita dal figlio Mario. Nel 1963 conosce il pittore Giulio Vito Musitelli (del quale diverrà il più caro amico), allora ancora sconosciuto alla massa. La frequentazione di Musitelli diverrà fondamentale nel proseguimento della sua formazione culturale. Con pause e riprese si impegnerà in tal senso per tutto il resto della vita: nel 1974 viene organizzata una prima mostra personale presso la galleria «L’approdo» in Iseo, nel 1975 ne consegue il 2° premio al Concorso nazionale di pittura a Concesio.
Nel 2017, in occasione del centenario della nascita, la Fondazione L’Arsenale di Iseo ne onora la memoria con la mostra «Cülmartèla i mé dé» (capriolano i miei giorni), nella quale emerge la sua versatilità attraverso la gamma di discipline sopra citate.
Nel 1953 scrive la sua prima poesia in dialetto bresciano («Tristèssa»), per la quale ottiene il secondo posto al concorso Gabriele Rosa di Brescia; l’anno dopo vince il primo premio del medesimo concorso. Nel corso degli anni la poesia dialettale diventa la sua attività prevalente, con significativi riconoscimenti da parte di pubblico e critica.
Nell’universo poetico dialettale bresciano, Fava si presenta con un segno nitido, inciso: i suoi versi sono carichi di ironia, sarcasmo, posizioni personali spesso scomode, pensieri e idee chiare. Le poesie di Fava, tuttavia, risultano care alla memoria cittadina, poiché capaci di interpretare, come ebbe a dire nella prefazione di «… e sö e zó …» il professor Ameraldi: «[…] quella forza di attrazione, ai limiti dell’assurdo e dell’irrazionale, che esercita Iseo su quanti sono nati e diventati adulti entro i limiti delle sue ormai scomparse mura». Chiunque voglia rintracciare i tratti caratteristici di quella che viene definita iseanità deve necessariamente fare ricorso ai suoi versi, immedesimarsi nel «talét de sbrèl» («voglia di sereno»), nella malinconia del tempo che scorre, dei nostri orizzonti e del nostro lago («Stasséra/’l par ch’èl lach/ èl gabe streecàt/ la so cera morèla/ ‘n dèl mé cör» – stasera/ pare che il lago/ abbia travasato/ la sua cera livida/ nel mio cuore), nel legame con i nostri vicoli angusti e con i monti che ci circondano, che Franco Fava esprime nella lingua delle origini e degli affetti domestici: il nostro dialetto.
Dopo avergli dedicato un Quaderno già nel 1973, la Biblioteca Comunale ne ha promosso, grazie alla collaborazione del Comune e della Società Operaia di Mutuo Soccorso, la ristampa della raccolta «Talét de sbrèl» (2016).
Muore nel 2006 e gli viene tributato un funerale di rito laico. Le sue ceneri riposano nell’amata casa di Garda di Sonico, in Valcamonica, paese al quale aveva dedicato una serie di dipinti negli anni ’80 – ’90.
Fra i riconoscimenti ottenuti si ricordano, oltre a quelli già citati: 1956 – 10° premio al Concorso internazionale per un racconto di Torino1957 – 2° premio al Concorso nazionale di fotografia in bianco e nero a Palazzolo s/O (BS)1963 – medaglia d’oro al Concorso di poesia dialettale “Comune di Brescia”1972 – 2° premio al Concorso di poesia dialettale di Leno (BS) e 3° premio al Concorso nazionale di poesia in lingua di Bergamo.1973 – 1° premio al concorso nazionale di fotografia a colori di Edolo (BS)1973 – 2° premio al Concorso nazionale di fotografia in bianco e nero a Edolo (BS)1975 – 3° premio al Concorso nazionale di poesia in lingua per celebrazioni michelangiolesche, Firenze(Nell’immagine: Franco Fava nell’atto di modellare un busto in argilla di Arturo Benedetti Michelangeli, che egli conobbe in occasione dei soggiorni del maestro ad Iseo, curandone tra le altre cose l’arredamento della villa in Franciacorta. La moglie di Benedetti Michelangeli, alla vista del manufatto, rimase particolarmente impressionata dalla somiglianza al punto da scoppiare in lacrime.
Foto Sbardolini Studio Fotografico)
Michele Consoli
Biblioteca Comunale di Iseo
Fonti:
• Botti M., Arturo Benedetti Michelangeli, in «Nóter dè Isé», Estate 2019, pp.12 – 13.
• Fava F., Talét de sbrèl. Poesie in dialetto bresciano, Brescia, Grafo, 2016, pp. 433 – 438.
• Quarenghi E., La poesia dialettale di Franco Fava e Maria Rasca, in «Quaderni della Biblioteca Comunale di Iseo», 4, Iseo, Biblioteca Comunale, 1973.
• Tabeni B. (a cura di), Cülmartèla i mé dé. A 100 anni dalla nascita di Franco Fava, catalogo della mostra, Iseo, Fondazione l’Arsenale, 2017.

