“Hai preparato qualche domanda da fargli?” – Ce lo chiediamo reciprocamente in auto mentre siamo in viaggio verso Pisogne, nuova destinazione da qualche anno di Don Ermanno.
La risposta ce la diamo subito da soli: con lui non c’è bisogno di domande, verrà tutto spontaneo, ed è la cosa che ci piace fare di più con questo “giornaletto”, naturalezza e semplicità.
Lo facciamo ormai con tutti coloro che andiamo a disturbare e con Don Ermanno la cosa, lo sappiamo già, sarà più facile che mai, perché per la generazione dei 40enni di oggi passiranesi ed iseani è stato un punto di riferimento, un prete, diciamo pure un amico riconosciuto e ancora oggi frequentato da molti.
“Lo sapete che hanno pubblicato un’intera pagina su me su Il Giornale? a 59 anni mè tocàt po’ a chèl!”
Lo sappiamo, era la storia del prete che da solo gestiva 7 chiese, se non sbaglio. A proposito… una persona che conosciamo entrambi mi ha incaricato di farti una domanda specifica: è’ vero che sei Monsignore ma non vuoi farlo sapere?
“No, ma chi ti ha detto questa cosa? ho capito chi è, che S……..A! (dove facciamo finta che stia per Signora, anche se non è così) – Comunque non sono Monsignore bensì Vicario zonale che è anche di più; Monsignore più che altro è un titolo come Commendatore, un’onoreficenza“.
59 anni, Vicario zonale ma non Monsignore dunque, oggi Don Ermanno coordina la Vicaria formata da 5 parrocchie (Pisogne e Piancamuno in provincia di Brescia; Bossico, Lovere, Costa Volpino e Rogno in provincia di Bergamo anche se appartenenti alla Diocesi di Brescia), una in amministrazione parrocchiale.
“La mia vita sacerdotale inizia a Lumezzane, poi Passirano, Iseo, Villaggio Violino a Brescia ed infine Pisogne dove gestisco 19 chiese dell’intero circondario, la casa più lontana è a 1600 metri di altezza, giusto domani devo andarci per una veglia, spero non ci sia neve”.
“Mi sono trovato bene ovunque, forse Lumezzane ho avuto poco tempo per conoscerla ma i 4 anni a Passirano e i 9 ad Iseo sono stati bellissimi ed intensi come del resto a Brescia. Ora sono qui a Pisogne e mi trovo bene, Gestisco 19 chiese, il mio ruolo è coordinare le parrocchie rispettando le tradizioni di ognuna, non è facile accontentare tutti ma è importante mantenere le usanze di ogni frazione; se Grignaghe promuove ogni anno la festa dell’ospite, bisogna rispettare questa tradizione; diciamo che promuovo una specie di “Pro loco spirituale” i cui attivisti sono le persone del paese e delle frazioni che mantengono vive le loro tradizioni e trovano un supporto all’organizzazione di nuove; ai ragazzi di Grignaghe per esempio abbiamo insegnato l’uso del videoproiettore e da quest’estate fanno il cinema all’aperto con il lenzuolo, sembra nuovo cinema gran paradiso. Le persone con le loro caratteristiche sono i nuclei del tessuto della comunità, artefice e destinataria della propria evoluzione sociale basata sul passato e proiettata verso il futuro. Per un prete, ci dice il don, la soddisfazione più bella è vedere che la gente che lavorava all’epoca sta ancora lavorando e che viene aiutata anche dai figli. Significa che si lavora per il paese”
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La conversazione alterna momenti di vera e propria ilarità a momenti di riflessione che ruotano sempre attorno alle persone. Chi conosce bene Don Ermanno non rimane più sorpreso da una dote particolare che lui ha sempre avuto: la memoria formidabile; ricorda dettagli, aneddoti, nomi, cognomi, addirittura indirizzi arrivando anche a memorizzare un enormità di numeri di telefono. La cosa che più colpisce è però il grande affetto con cui descrive ciascuno, come una madre che racconta dei propri figli, con pregi e difetti, talvolta con toni goliardici, ma sempre con rispetto e simpatia.
Non si offendano quindi le persone che verranno citate più o meno direttamente in questo articolo e neppure i familiari di coloro che non ci sono più, perché il fattore comune di questa lunga chiacchierata di 2 ore è stato solo uno: il ricordo nostalgico e affettuoso.
A PASSIRANO QUANDO ERO GNARA IO…. (di Barbara Archetti):
Nel 1979, quando il Don arriva a Passirano, io ero solo una bambina, ma ancora ricordo l’aria frizzante che si respirava all’oratorio, al Centro Giovanile e alle sue messe, in cui era veramente impossibile annoiarsi. Avida di condividere con lui i bei momenti che non voglio dimenticare, inizio a propinargli una serie di “ti ricordi ?”
Cosa ricordi degli anni di Passirano Don?
“Sai cosa mi ricordo più di ogni altra cosa? I cessi! Sembrerà strano ma in tutte le comunità dove ho prestato il mio servizio di prete, una delle prime opere se non la prima addirittura è stata la sistemazione o il rifacimento dei bagni e degli spogliatoi. Possiamo dire che mi chiamavano, rifacevo i bagni e poi mi cambiavano!”
Facciamo così, visto che i ricordi sono tanti, giochiamo insieme: ti lancio degli spunti e tu mi racconti…
LO ZERBINO – “Lo Zerbino era un giornale “non periodico aperto al dialogo” scritto dai giovani passiranesi di allora. Ricordo Oliviero, Dario Barucco, Maria Rosa Maffetti e Maria Rosa Cittadini, Giosuè, citarli tutti vorrebbe dire fare una pagina di giornale! Facevamo 1000 numeri a uscita, distribuito e venduto a domicilio dai bambini di allora al costo di 200 lire a copia, ma ad ogni numero ne incassavamo 30-40.000. Si scriveva liberamente, c’era anche una bella dose di goliardia, tanto che su un numero apparve anche il seguente suggerimento: “dato che questo giornale è fatto di carta ruvida, lo si può usare anche per pulirsi il ….”. eravamo all’avanguardia anche nel riciclo dei rifiuti!”
FESTA DEL CENTRO GIOVANILE – la prima edizione fu il 4 ottobre 1980 (ecco la memoria n.d.r.). Con il ricavato della festa, ogni anno si finanziava un intervento per riqualificare il Centro Giovanile: gli spogliatoi nuovi, la recinzione del campo da calcio, la pavimentazione del campo da basket, la pedana per i gruppi musicali… C’era una grande operosità, collaborazione, ci si divertiva e ci si prendeva anche in giro. Le feste di carnevale erano uno spasso, ricordo quando mi ero travestito con una maschera di gomma ed ero proprio irriconoscibile. Attaccato al trattore di Bergoli, mi divertivo a chinarmi verso le donne dispensando baci con la mano, nessuna mi riconosceva, addirittura avvicinai una signora su di età e le sussurrai “ta set prope bela!” lei mi rispose “tà sarét bel tè!”.
“Sempre durante una sfilata di carnevale ne è successa un’altra ancora più bella: una persona, non vi dirò mai chi neppure sotto tortura, si era travestito da prete. Due donne, anche queste su di età, erano davanti a me nella sfilata, ma non si erano accorte della mia presenza. Io sentivo i loro discorsi e la situazione era davvero comica: “ma sarà mia el pret del bù chèl lé deànti”, “Certo chè lè lü”, “No èl mà somèa trop vec”, “Ta dise che lè lü”. Il dubbio persiste fino al momento in cui, il finto prete, non resistendo ad un bisogno fisiologico, si apparta vicino ad un palo in un angolo e solleva la tonaca per svuotarsi. Ebbene, le due signore si guardano silenziose e poi una delle due fa “pòta, l’è en òm po’ a lü!” .
LA UNO BIANCA E IL NASTRO GIALLO – “Era il giorno del saluto alla comunità di Passirano per trasferirmi ad Iseo. E’ vero, mi regalarono la Punto Bianca infiocchettata di un bel nastro giallo. Emozione e qualche lacrimuccia su molti volti. Di quel momento emotivamente forte, ricordo ancora oggi con affetto il discorso del compianto Sindaco di allora: sarà stata l’emozione, sarà stata la solennità dell’ evento che imponeva un discorso in italiano a lui sempre abituato a parlare in dialetto con me e con tutti… capita che con tono pomposo attacca con un “Salutiamo Domarmando” e io in parte “Don Ermanno”; “dicevo, salutiamo Don Armando che…” e io ancora a sussurragli “Don Ermanno”, la risposta fu “Va beh, ensoma chèl che l’è, salutiamo Domarmando che grazie alla sua opera all’oratorio ha cresciuto bravi ragazzi e uomini compagni di me!”.
Ecco, di Passirano conservo questo, la bonarietà, il volersi bene, il rispetto. Nel 1982, sempre ad una festa di Carnevale, durante la sfilata per le strade del paese, appena prima di passare dalla strettoia di Bigio Simoni (Via Manzoni), mi ricordai che c’era la veglia di un morto. Grave dimenticanza e leggerezza, rimediai raccomandando a tutti i bambini di non fiatare durante il passaggio e questi, bravissimi, stettero talmente zitti che i parenti del defunto non si accorsero del nostro passaggio…. questo è rispetto.
TORNEO DI CALCIO: mi ricordo quando la partita Passirano-Paderno venne sospesa.
MOMENTO TRAGICO: l’assassinio del sindaco Valloncini, il 16 marzo 1982 (anniversario del rapimento di Aldo Moro).
Commento sul periodo di Passirano: sono passati quasi 26 anni, ma ricordo quasi tutti. Sono stati anni belli.

QUANDO ERO GNARO IO AD ISEO…. (di Gianluca Serioli)
Sai Don, inizialmente avevo pensato di intitolare questa chiacchierata “Mi benedica padre”. – “Perché po’?”
– Ricorderai certamente che ai tempi in cui eri curato ad Iseo, io facevo parte del gruppo delle “Pecore nere”. Eravamo cioè un gruppo di ragazzi che non partecipava molto alla vita oratoriale, intesa come raccolta della carta e del ferro per esempio, ma era sempre all’oratorio a giocare a portine; il problema è che tua mamma non ci dava mai il pallone per giocare, per noi non c’era mai, ricordo addirittura che quando capitava qualcuno più grandicello che diceva la parolaccia lei usciva inviperita a chiedere chi era stato e noi davamo la colpa a Gino il muto!.
“Si va beh, ma non me la sono mai presa…” Si ma il fatto non è quello; un giorno abbiamo deciso la ribellione a questo ostracismo pregiudiziale e abbiamo scritto su un foglio che poi abbiamo appeso al portone d’entrata dell’oratorio due righe che più o meno dicevano “ringraziamo Don Ermanno che dice che l’oratorio è di tutti ma non ci lascia mai giocare a portine – Le Pecore nere”. Pensavamo fosse finita lì invece qualche giorno dopo sul portone appare la risposta. “Siete dei vigliacchi, io invece ho il coraggio di firmarmi, io sono Don Ermanno!”.
Bene, le pecore nere eravamo io e altri, per esempio Faita che allora faceva l’operaio, ed oggi è Psicologo e tra l’altro cura la rubrica del giornale.
“Siiiiii, mi ricordo! ma l’era ‘na stupidada! non me la sono mai presa veramente. Faita me lo ricordo, era quello alto e magro, portava sempre un soprabito lungo scuro, fa lo psicologo? che brao!. Ma non eravate le pecore nere, è che certe volte quando giocavate tiravate de chèle sbalunade! C’erano i bambini piccoli a catechismo, temevo per loro. Tra l’altro vi ho fatto apposta il campo di portine in cemento giù sotto, cosa volevate di più? sarebbe piaciuto anche a me giocare a portine, ma allora c’era una marea di cose da fare, le ore di religione alle scuole che ora i curati non fanno più per esempio. Sapete però cosa vi dico? Quegli anni l’oratorio era strapieno, c’erano tanti ragazzi, piccoli, grandi, genitori, tanti volontari, mantenevamo le nostre attività con la raccolta del ferro e della carta”.
Sai, la storia si ripete, di padre in figlio, come pecora nera cresce bene: Don Giuliano ha l’usanza di passare in tutte le abitazioni di Iseo e di recente è passato pure da me; io non ero in casa ma c’era mia moglie e mia figlia di 16 anni e mio figlio di 8…
“Cioè, tu avresti una figlia di 16 anni? mamma mia come passa il tempo!”
Si, fatto sta che dopo la benedizione e l’offerta alla chiesa Don Giuliano regala a mio figlio il santino raffigurante San Vigilio, il nostro patrono, e gli chiede “sai chi è questo?” mio figlio che è timido con tutti e non parla mai, osserva l’immagine e serafico risponde “E’ Garibaldi?”.
Risata generale…. ridi ridi Dommarmando, intanto io non posso più mettere piede in chiesa.
Si parla tanto dei bambini “di oggi” che vengono cresciuti senza valori e delle difficoltà che gli adulti di oggi trovano nella loro vita quotidiana e nell’educazione dei figli stessi.
“Noi adulti siamo quelli che insegnano ai bambini a mentire… suona il telefono? “rispondi e digli che non ci sono”. La verità è che abbiamo perso noi stessi, la capacità di cogliere la nostra ricchezza, la semplicità come valore in sé e come modo di vivere. Dobbiamo ritrovare la nostra capacità di essere creativi ed autentici, cioè essere noi stessi, scrollandoci di dosso le “incrostazioni” che ci allontanano dalla nostra realtà e impediscono la crescita di ciò che c’è in noi. I genitori dovrebbero essere sè stessi davanti ai propri figli, vivere la loro autenticità in pienezza e, qualora ritengano di avere bisogno di aiuto, sapere che possono ricorrere alle agenzie educative (ne esistono sia religiose che laiche). Comunque anch’io ho i miei miei scheletri nell’armadio; vi svelo un segreto: sapete che il merito dello stadio comunale di calcio è mio? Si è trattato di un’escamotage: io ho fatto finta di sfrattare l’Orsa dal campo dell’oratorio così il Comune si è sentito obbligato passare dalle parole ai fatti costruendo uno stadio nuovo che era necessario. Molta gente ancora oggi pensa che io non volessi le partite dell’Orsa, in realtà io ero contento di vedere tutto quel movimento anche perché, detto tra noi, il bar del centro giovanile lavorava bene. Il fatto è che certe volte c’era troppo movimento, sul campo giocavano in tanti ed era ormai ridotto male, ma la pura verità è che io ero d’accordo con l’Orsa per realizzare questa operazione… dopo tanti anni lo posso dire pubblicamente”.
Ti lascio andare a ruota libera, cosa ricordi di Iseo?
“Ciao! di Iseo ho migliaia di ricordi”.
Hai mai pensato di farne un libro?
“Mi piacerebbe fare un libro su mia mamma, ma di Iseo mi vengono in mente le piccole cose, magari insignificanti ai più, frutto però di rapporti intensi, amicizia vera; non è vero che gli iseani sono snob, anzi, sono bella gente; diciamo che se di Passirano ho apprezzato la bonarietà, di Iseo invece la creatività, lo stile terziario, soprattutto ho apprezzato le varietà culturali, l’amore al sapere, quello pulito e bello, i Tino Bino, Franco Fava, il maestro Vittorio Viviani che vedo qui sul vostro giornale, e tanti altri, in poche parole l’iseanità, e voi fate bene a scrivere dell’iseanità perché è un valore che non dovete assolutamente perdere anzi riscoprire, valorizzare”.
Suona il cellulare… “Mama me! la messa de le òt, ma so desméntègat che l’è ‘l prim lünedé del més; aspettatemi qui, venti minuti di messa e riprendiamo”.
La ripresa, Don, sono i ricordi di Iseo, ne propongo uno: il carbone a Don Abramo.
“Quella è stata bella! Tutto è iniziato quando una domenica a messa Don Abramo, durante la predica, era uscito dicendo che S. Lucia non esisteva. In realtà non era stato proprio così diretto e i bambini non avevano capito; i genitori invece se l’erano legata al dito. Qualche giorno dopo, davanti al portone della propria abitazione, gli fecero trovare un sacco di carbone; io so chi è stato, erano in tre, ma se ve lo dico mi fucilano; posso dirvi un nome: Ciccio Colosio, lui era la mente e anche qualcosa di più; povero Ciccio che persona che era. Non era però finita lì; passa il tempo e Don Abramo va via da Iseo e la comunità iseana gli regala un’auto nuova. Un giorno si ferma dal benzinaio a fare benzina, una vecchietta nota l’auto fiammante e gli dice “gai robat la machina?” lui risponde “no, me l’hanno regalata”, la vecchietta chiosando “alùra gàl vést che l’esiste Santa Lucia?! Con Don Abramo ho condiviso tanti piccoli episodi, forse i più divertenti perché lui aveva sempre quell’aria così seria e severa che talvolta faceva fatica a mantenere, perché in realtà era un buon uomo. Ricordo un funerale, scendevamo insieme la via e in fondo c’era Mario Tula; probabilmente aveva bevuto e man mano ci avvicinavamo lui indietreggiava guardandoci un po’ timoroso e un po’ con atteggiamento di sfida. Indietreggia, indietreggia e alla fine non mi va a ribaltarsi dentro una fioriera che aveva alle spalle? Gli passiamo di lato, io stento a trattenermi, mentre Don Abramo serio nella circostanza del funerale in corso gli dice con tono severo e con il suo vocione “non preoccuparti, prima o poi verremo a prendere anche te”.
“Quante cose avrei da dire! I presepi viventi, mi ricordo una passione vivente in cui faceva un freddo cane e c’era in croce nudo… forse Sergino Archetti… gli avevamo messo addosso tanto di quel grasso; sotto Barezzani lo aspettava col cognac per riscaldarlo al termine della recita. – Lo stesso Paolino Plata, altro personaggio sempre nei miei ricordi: al termine della Passione mangiava sempre le sardine e beveva, poi mezzo ciucco si inciampava nei gradini della scalinata e sbottava “panèl traditùr!”.
“Vedevo tanti giovani e genitori lavorare all’oratorio, abbiamo sistemato la Madonna della Neve, il cortile di S.Giovanni Bosco, il Centro giovanile, in pochi anni abbiamo ribaltato tutto. C’era poi il Grest dei grandi numeri, più di 300 tra animatori e ragazzi, avevamo tanti cori: il Coro Isca, il Coro Parrocchiale, il Coro Gregoriano con esponenti che avevano un’età dai 14 ai 26 anni, cosa più unica che rara; in quegli anni, 1985 per la precisione, abbiamo riproposto dopo sessant’anni la festa della Madonna della Neve che oggi è diventato un appuntamento atteso da sempre più tante persone, la Rosa d’Oro con Ricky e Ciccio era partita da appena 2 anni e gli abbiamo dato una bella spinta…. quanti ricordi!”.
Chissà, magari questo incontro lo faremo a puntate, oppure gli dedicheremo non una ma due pagine di giornale; per ora Don diamoci un saluto e diamo un saluto con un messaggio al “popolo” iseano
“Alla gente iseana dico di imparare a vivere il quotidiano, mantenere e rivalutare l’iseanità. Giovanni Paolo II diceva di imparare a vivere straordinariamente bene l’ordinario e visto che Iseo è un paese straordinario non dovrebbe essere difficile”.

