“Mutatis Mutandis. Copie non conformi” una rilettura umoristica dei capolavori dell’arte dal ‘400 ad oggi, attraverso la visione di Micio Gatti, caricaturista iseano autodidatta. Classe 1933.
LA MOSTRA SARÀ DISPONIBILE DAL 4 AL 19 DICEMBRE presso la SALA C.ENTRO in via Moretto 2B a Brescia. Green pass obbligatorio.
L’ironia ha accompagnato Micio tutta la vita. Non come un carattere aggiunto. Ma proprio come una qualità essenziale, fondativa del suo stare al mondo. L’ironia come concezione di vita. Quel guardare le cose con un poco di disincanto, proprio di chi sa come va a finire, ma non rinuncia allo spettacolo. Come una tollerante visione della condizione umana. Negli spazi ordinari della vita ed in quelli cupi. Soprattutto quando ottusità e arroganza descrivono la nostra affiliazione quotidiana, soccorrono per Micio le risorse e le difese di un’intelligenza aperta all’ironia. Che lambisce la pietà per una umanità cui non viene risparmiato nulla dell’amarezza. Quella di Micio è una ironia coltivata, raggiunta con la fatica di ogni giorno, un esercizio cui servono mestiere, ma anche capacità di stare nella parte.

Micio è sempre stato il leader di gruppi sociali, cori, circoli, associazioni. Ad iseo ha animato, e continua a farlo, compagnie di canto popolare, dentro le quali sceglie un ruolo da “stonato” che è una attitudine complicata per stare fuori dal coro. Così nella sua arte figurativa, disegni, olii, pastelli l’ironia domina la scena come un lampo che taglia l’aria. Un disincanto del potere. Di qualunque potere. Politico, economico, artistico. Avesse abitato la grande città o inseguito l’ambizione del successo Micio avrebbe raggiunto i vertici dei grandi vignettisti. Non sarebbe entrato nella redazione del parigino Charlie Hebdo, non avendo la cattiveria della satira che si fa sarcasmo senza rispetto, ma avrebbe potuto diventare l’illustratore satirico di riviste e quotidiani. perchè dotato di un talento naturale da ritrattista e capacità di osservazione che gli consente la lettura dei particolari il cui accento, la cui deformazione rendono caricaturale il soggetto sottoposto al suo sguardo. In questa fase della sua maturità, dopo aver, per anni, affilato attenzioni e disegni sulla realtà più vicina, sulle persone e sui personaggi incontrati nella vita, ha deciso un attacco diretto alle forme classiche dell’arte, alle sue figure simboliche, ai sui quadri più significativi, agli autori più celebri. Con l’intento preciso dell’umorismo che non deride, casomai contempla un leggero sarcasmo, capace sempre di strappare un sorriso, perché toglie alle forme la sacralità dell’arte e restituisce ai soggetti al rischio della quotidiana umanità.
Qualche anno fa affrontò l’operazione con le figure singole, dalla Gioconda a Zenone. Adesso il corpo a corpo è con le grandi tele, i ritratti di gruppo. che trasfigura come un prestigiatore del dietro le quinte. E così “il cavadenti” di Caravaggio è incapace di trattenere gas odorosi mentre compie lo sforzo del mestiere, e le “Ballerine” al Moulin Rouge di Toulouse Lautrec diventano comari impegnate in una rissa paesana. Le maschere di Hieronymus Bosch sono eccitate da un principio di etilismo, mentre il “Bacio” di Francesco Hayez diventa la scena pruriginosa dei calendarietti profumati in uso dai parrucchieri del dopoguerra.
“La nave dei folli”, è un raduno di maschere rocchettare sullo sfondo di un barcone di ubriachi e la “Colazione sull’erba” di Manet diventa lascivo incontro al cospetto di un clochard. “Le tre grazie” di Botticelli sono fanciulle obese di sgraziate nudità. “I bari” di Caravaggio sono figure di repertorio di maldicenze locali. Un selfie galeotto tradisce “Paolo e Francesca” nel capolavoro di Ingres. Giuditta e la zia, golose più che assatanate trasformano la decapitazione di Oloferne in un succulento taglio di prosciutto. E un carabiniere in divisa ferma il braccio dell’Abramo di Caravaggio che sta per decapitare Isacco. Tutto è un gioco dissacrante, un dietro le quinte che, preso sul serio, potrebbe perfino apparire come un’arte nuova, un’originale scuola di avanguardia, un neo espressionismo primitivo, l’invenzione di una corrente artistica, che anzichè operare con i falsi dei classici come accade da sempre, ne smonta i caratteri, ne deforma le intenzioni, riporta gli eventi alle possibili miserie della quotidianità. Micio smaschera anche sè stesso con i testi ribaldi che corredano i suoi dipinti, l’intento satirico umoristico che ne sostiene la mistificazione.

Alla fine Micio, come è nel suo più celebre autoritratto da guascone, alza il calice, impugna la matita, socchiude gli occhi, guarda lontano. Ricorda e rivede le mille caricature che ha disseminato, i mille ritratti che hanno strappato una risata a mille amici ed ai loro amici che in quelle rappresentazioni caricaturali hanno riconosciuto la bonaria berlina, l’accentuazione dei caratteri. Per ricordare di non prenderci mai troppo sul serio. E di guardare anche le forme perfette, come l’originale dei quadri cui si è ispirato il suo lavoro, con la consapevolezza che, oltre a quell’attimo di bellezza, il mondo rivela quasi sempre una verità che è poco più di questi sberleffi: la involontaria comicità delle vanitose debolezze umane.

