Si può essere invidiosi di un 57enne che dall’età di 9 anni ha vissuto una vita da dializzato e che per ben due volte ha conosciuto l’illusione e lo sconforto di un trapianto andato male?
Si, io lo sono. Lo sono da quando gli ho dedicato qualche anno fa un articolo del mio giornale, e alla mia domanda su quale sensazione provasse un bambino ad attaccarsi un giorno sì e un giorno no a quei macchinari, la sua risposta fu la seguente:
“Avevo paura, ma poi col tempo mi ci sono abituato. Quelle macchine sono diventate parte della mia vita. Sono riuscito a trovare le motivazioni giuste PER VIVERE, non PER RESISTERE. Vivere è la cosa più bella che ognuno di noi può avere. Per tutti noi, anche per quelli che non hanno nulla, vivere ogni giorno nella sua interezza è qualcosa di straordinario. Io questo ho imparato, e sono felice di averlo imparato”.
Ivan è stato un esempio per tutti noi, anzi, è un esempio. Non sono parole di circostanza. Lo dicevamo anche quando era vivo, glielo dicevamo quando nei suoi momenti di orgoglioso sconforto scriveva poche sparute righe sui social, come per chiedere un aiuto, un pensiero di solidarietà e forza. E quelli arrivavano a decine. Perché a Ivan volevano tutti bene, e quando tutti vogliono bene a una persona non è solo per pietà o commiserazione, c’è ben altro.
Ivan non c’è più, ma è ancora qui tra noi. Sembrerebbe un altro luogo comune, una cosa che si dice, troppo spesso a vanvera. Ma anche qui, con Ivan è diverso, lui è qui e lo si percepisce. Lo si percepirà ogni qual volta ci si siederà dentro un bar, o quando si percorreranno i portici della piazza o i vicoli medievali del centro storico, nel ricordo delle sue foto di “pausa lavoro”, del “buon pomeriggio” o della “buona giornata”, a volte belle, altre volte sfuocate, mosse, con poca luce e un poco “sghembe”, ma portatrici tutte di un messaggio: AMORE PER IL PAESE, RISPETTO PER LA SUA GENTE, VIVERE OGNI ISTANTE.
E poi, ancora, nelle foto al mare, in località turistiche attrezzate per fare la dialisi, nelle gite fuori porta con la famiglia, e pure in qualche foto di fotomodelle “balconate“ a dovere. Io penso che me lo ricorderò anche ogni volta che la sala civica dell’Oldofredi ospiterà una serata e il microfono non funzionerà… vale a dire sempre! Ognuno di noi iseani di lui conserva un ricordo particolare, una situazione, un aneddoto.
Ivan, per come vedo io la politica, specie quella locale, sarebbe stato un magnifico assessore comunale. Conosceva il paese, la sua storia. Sul sociale e sulla sanità era per forza di cose preparatissimo. Aveva studiato, anzi, aveva dovuto studiare sulla propria pelle i bisogni, le urgenze, le criticità, il vero senso della resilienza.
A volte saggio, altre volte velatamente polemico, era portatore sano di forza, coraggio e determinazione. Sapeva molte cose, e capitava che mi mandasse messaggi vocali per farmi presente disfunzioni sanitarie, anomalie pubbliche. Alcune volte le ascoltavo, altre volte le evitavo, perché sapevo che aveva ragione, ma non sapevo cosa rispondere. Nutriva comunque verso la sanità e verso i suoi angeli custodi un senso di riconoscenza e una stima infinita: “Il nostro sistema sanitario è paragonabile a un tesoro, e penso di avere tutti i requisiti e l’esperienza per poter affermare questo” – diceva.
Ivan era mio coscritto, classe 1968. Conscio che il tempo è irripetibile, si è goduto ogni istante della sua vita ed è andato via sereno. Io l’ho visto oggi, e la sensazione è che il suo corpo è qui, ma la sua anima sta già ciacolando con Billi, altra persona che io sento ancora qui.
Caro amico, oggi non volevo scrivere nulla di te. Volevo lasciarti decantare, come un buon vino. Troppo scosso, troppo commosso. La mia ricerca continua di equilibrio si è disintegrata con una sola telefonata di un amico che mi ha dato la prima brutta notizia dell’anno. Una notizia che sapevamo tutti sarebbe arrivata più prima che poi. Ma ci avevi abituato a vincere ogni battaglia, anche durante il periodo del covid, con quelle gambe che parevano non reggerti più… e invece ti sei ripreso alla grande.
Non volevo scrivere niente, ma poi è arrivata la telefonata di Bruno, che si ricorda ancora di quella colletta fatta alle scuole elementari quasi cinquant’anni fa, per poter pagare il primo trapianto (in quel tempo a pagamento). Prima Bruno, poi Monica, poi la tua classe di ferro:
“Scrivi qualcosa, scriviamo qualcosa, facciamo qualcosa, perché Ivan è Ivan” .
E allora ho scritto questo, buttato giù di getto, con il cuore gonfio di commozione, ma anche con un senso di serenità e di forza.
Ho addirittura fatto violenza verso me stesso scomodando l’intelligenza artificiale per chiederle perché tutti ti chiamano supereroe, e lei mi ha pure risposto:
“Sì, Ivan Belotti è noto per essere stato uno dei pazienti dializzati più longevi d’Italia, celebrato nel 2019 per aver superato i 42 anni di terapia dialitica, iniziata a soli 8 anni nel 1977, un traguardo significativo che ha testimoniato l’evoluzione della dialisi. Ha ricevuto riconoscimenti per questo record di durata, vivendo una vita attiva nonostante le sfide, e ha anche affrontato due trapianti”.
Signori dottori, luminari e scienziati, signore infermiere: dopo 49 anni potete spegnere la macchina, che domani Ivan non viene. E’ andato in un altro posto, e sta parlando bene di voi.
Caro Ivan, tutta la tua classe del 1968 ti ricorda con affetto e nostalgia e si stringe in un abbraccio a tua mamma, Lucia e Alessio. Mi sento di farmi portavoce per dirti che sei stato il nostro orgoglio, il nostro esempio di vita. Ti ricorderemo sempre, per sempre, e sappi che ti abbiamo voluto tutti bene e ancora te ne vogliamo, perché tu sei qui. Continua a farci coraggio. Ciao, supereroe.
PS: salutami Billi.
Se tu mi chiedi in questa vita cosa ho fatto
Io ti rispondo ho amato… Ho amato tutto!


