Cara fotografia, ti ho vista, mi hai conquistato, ti ho presa e di te ne ho fatto copertina. Troppo bella per lasciarti andar via, nell’indifferenza. Ora che sei qui, fissata e legata, voglio però che tu mi dica qualcosa, voglio che tu mi emozioni. Fammi capire perché ti ho voluta così tanto. Fammi vedere il tutto sotto un’altra prospettiva.
Non mi interessa ciò che mi trasmette la visione di un mendicante. Mi interessa invece ciò che trasmette a un mendicante la visione di tutto ciò che gli passa davanti. Cosa pensa un uomo che fa l’elemosina, cosa gli passa per la testa mentre vede quelle gambe passare veloci e frenetiche avanti e indietro? Per esempio, cosa fa la differenza tra un uomo buono e uno cattivo? Tra un uomo ricco d’animo e povero di sentimenti?
Mi verrebbe voglia di sedermi accanto a lui e chiedergli: “ma tu, cosa ne pensi di questa vita?”
Sono certo che la sua risposta non sarebbe per nulla scontata, e so che potrei averne paura, perché ci sono i barboni vittime della vita, i barboni lazzaroni, alcolizzati e drogati, ma ci sono anche i barboni forti della saggezza delle cose futili perdute o lasciate perdere. Quelli che sono scesi dal mondo per loro scelta e possono concedersi il lusso di fare la differenza nell’indifferenza, possono concedersi il lusso di starsene dignitosamente in disparte ma, se vengono interpellati, possono giudicarci inesorabilmente e impietosamente con l’innocenza del bambino ritrovato.
E’ un tempo gramo quello che abita le nostre stanze, fatto di morte, persecuzione, genocidi, repressione. Nemmeno le foglie morte possono permettersi il lusso di cadere, che di alberi ce ne sono sempre meno. C’è chi scrive libri sul mondo, affermando che è un mondo al contrario, raccontando le contraddizioni che più fanno comodo, facendo credere alla gente che “noi” siamo perfetti” e gli “altri” sono imperfetti… ma chi sono gli altri se non noi stessi? Siamo tutti imperfetti, chi più e chi meno. Lo sappiamo, ma ogni tanto è bene ricordarlo. Se proprio si dovesse scrivere un libro su chi siamo e su cosa siamo, dovrebbe avere ben altro titolo: “Il mondo a 360 gradi”.
C’è un’aria, ma un’aria… che manca l’aria. E quel poco che rimane è aria contrabbandiera.
C’è stato un momento in cui ognuno di noi sognava di cavalcare i temporali, era cioè animato davvero da passione, ambizione pura, desiderio di bellezza. Si può essere ancora liberi e leggeri oggi, con quest’aria contrabbandiera? Sì, ma ci vuole coraggio, quello di spogliarsi di tutto e sedersi lì, come loro, i barboni saggi. Scendere dal mondo, anche al volo, e starsene lì, cappello alla mano, ad osservare questi tempi moderni, questa catena di montaggio inesorabile, disumana, tutti questi novelli Charlot che vanno avanti e indietro come automi per niente allegri.
L’uomo nella fotografia per me fa parte della terza categoria dei barboni, quella dei saggi. Quando vedo uno di loro non provo disprezzo, ne disagio ne pietà. Quella, la pietà, penso la provino proprio loro verso di noi. Quando vedo un barbone saggio sento odore di semplicità, e mi accorgo di quante cose della mia giovinezza mi mancano e vorrei provare ancora una volta. Il bruciore delle ortiche. Le vesciche ai piedi. Il gomitolo di lana raccolto tra le due braccia ben tese. Infiascare il vino insieme al nonno. I petali di rosa raccolti in bottigliette d’acqua con l’illusione di farne profumi. Benedetto sia il Rosmarino, che profuma di pranzi domenicali passati, che riporta i parenti attorno ad un tavolo che ora non c’è più. La gioia nonostante tutto, anche con la nota sul diario. Il pallone sotto la 127, sempre in mezzo, mai dietro la ruota. Il sibilo della cerbottana, la frustata della fionda, il dolore dello strappo del cerotto. L’appendicite… c’è ancora l’appendicite?
Ogni giorno infilato nel rosario della vita è diverso dall’altro, ma non lo viviamo più come veniva vissuto ai tempi delle cose semplici. Oggi è il tempo dell’arroganza, della presunzione, dell’odio e del rancore. L’opportunismo è il padrone, l’alterigia è demandata alla gestione dell’ordinaria amministrazione. Non si combatte più per un ideale, si combatte e basta. Sale la protesta, ma sale anche la repressione, ed io, che mi sono sempre e orgogliosamente considerato debole con i deboli e forte con i forti, costruisco il mio personale guscio di protezione rifugiandomi sotto la coperta, proprio come facevo da bambino, salvo svegliarmi la notte impaurito perché non riesco più a trovare l’uscita, e rischio di soffocare. Vorrei resistere, vorrei conservare questo status d’orgoglioso ribelle, e continuare a non cercare posto sul carro del vincitore, che l’ultimo banco delle chiese è sempre lì ad aspettarmi, vuoto ma rassicurante, nascosto dietro il pilastro, dove neanche il primo Don Ermanno riusciva a beccarmi nella chiacchiera nelle sue perlustrazioni durante l’omelia domenicale del Parroco. Idealmente mi siedo accanto al barbone mendicante, e per un attimo gli rubo il privilegio di osservare la vita che passa avanti, ma poi devo tornare ancora di là, dall’altra parte. Nell’indifferenza la differenza la fa ancora lui, il buono sta sulla sua sponda, il marcio ce l’ha di fronte, gli scorre davanti ogni giorno, ma non è ancora il cadavere di un mondo comunque già morto.
Caro barbone saggio, sbaglia di grosso chi ti considera un peso, perché in realtà tu sei il contrappeso. Sei un fantasma a piede libero con il dono conquistato di poter sollevare il tappeto per vedere cosa c’è sotto. Sì, tu sai cosa c’è sotto, ed è per questo che tu fai la differenza nell’indifferenza. Auspico che arrivi il tuo grande momento, quello del trionfo dell’ animo gentile, che ognuno di noi ha, solo che se ne sta nascosto, al riparo dall’Erode dei valori, sotto le coperte anche lui, per quanto tempo ancora?

