I “gnari” del Castello

I “gnari” del Castello

Ossignur, quanto ho odiato “en Castél”

Ero poco più di un ragazzo, molto robusto, e quando la Anita, mia mamma, mi chiedeva di portare la bombola, domandavo, anche se già lo sapevo

  • Dove sta lei? Su in Castello!

In quei tempi le imprecazioni e le parolacce (il turpiloquio) erano riservate agli adulti maschi. Mi rimaneva un sordido mogugno e un pota, pota, pota…

Alle pendici del castello, tolta la bombola dalla bici (da donna, ma modificata) dovevo per prima cosa salire da Mirolte fino al chiostro dove mi aspettavano en ros de gnarelam, piö gnare che gnari. Le bambine erano le più curiose e coraggiose

  • Tu come ti chiami chi?” – Flaminio
  • El fa aposta” – Il nome era troppo complicato per ripeterlo, pensavano che le stessi prendendo in giro.
  • El riàt chèl de la bombola?” – si sentiva la voce da una finestra. L’avevo tolta dalle spalle e messa in terra e la bambina rispose
  • “Sta polsando”
  • Dai fa presto, che la mia mamma è dietro a fare da mangiare

Avevo altre scale da fare, e intanto guardavo quel Cristo in croce che mi consolava.

  • Dai varcene fuori” – Ormai la bambina aveva preso coraggio e confidenza. I maschietti erano più casinisti. Lasciato a riposo l’immancabile fobal, correvano giocando, non so se a Cimbol, a Toco, o a Liberolitalia. Il gioco era accompagnato dalle vocine stridule delle bambine, un suono acuto come il cinguettio delle rondini in volo.

Un bambino biondo e paffuto, vestito come quelli che venivano da Brescia in treno la festa, mi rivolse un invito cortese:

  • “Guardi che la signora la sta aspettando”

Ma guardalo qua il piccolo capo che le bambine cercavano di imitare parlando maiuscolo. Salivo altre scale ed entravo in una cucina per me uguale a tutte le altre: pulita, ordinata, con quel profumo di bucato che emanava la lisciva TRE Palme acquistata da Bonomelli, o alla Casa del Bucato.

  • Dai che ve a cà ‘l me om

Facevo più in fretta possibile, e quelle donne capivano la mia fatica e mi davano spesso le 30 o le 50 lire di mancia. Una piccola fortuna. Il Cine da Pirlì costava 100 lire e durante la settimana c’era sempre quello coi cowbois, anche se io tenevo agli indiani, che perdevano sempre. Il sabato e la domenica facevano i cine che fanno piangere. A quelli ci andavano i morosi, quelli che si parlavano, giù in fondo alla platea. In galleria invece i signori che fumavano le Turmac.

Ma questo quei gnari del castello non potevano mica saperlo. Lo sapevo io che ero già grande, non fumavo più il lindalba ma la mentola di nascosto. E poi avevo, come tutti i miei amici, la morosa segreta, che si chiamava Lucia, ma lei non lo sapeva che era la mia morosa.

Flaminio Pezzotti (Flam)

Punto d’Incontro nr.11 / maggio 2011