Diamo a Billy quel che è di Valerio

Diamo a Billy quel che è di Valerio

Una chiacchierata con chi ha conosciuto davvero Billy, e la proposta di una raccolta fondi

Pian piano, pur avendo scritto tante pagine su di lui, riesco a comprendere davvero chi era Billy. Fino a due mesi fa non sapevo neppure quanti anni avesse, c’è voluta la sua morte per scoprirlo. Mi rimane ancora il dubbio se lui avesse piacere ad essere chiamato “Valerio”, il suo vero nome. Qualcuno dice di sì, qualcuno dice di no. Quindi anche il titolo di questo articolo potrebbe dargli fastidio, speriamo di no.

Il passato di Billy inizia proprio da qui, raccontato in una cucina di una casa davanti alle scuole medie, da una persona anziana di 88 anni, che per una vita lo ha seguito, senza mai chiedere nulla a nessuno, ne a Comune, ne a istituzioni varie. Di fronte c’è la sua fotografia, a testimonianza del suo passaggio in questa casa, ricordo per chi gli ha voluto davvero bene. Sembra quasi che stia lì ad ascoltarci, ma sono suggestioni.

Lui è sempre stato restìo a parlare del suo passato, anche a noi. Non parlava mai neanche dei trascorsi nei collegi, che ne ha girati tanti, praticamente uno ogni anno, e non erano i collegi di oggi, erano tutt’altra cosa, in senso peggiorativo ovviamente” – racconta Flaminia Stefini Carrara, per Billy “Flami”, appoggiata dal figlio Giuseppe, il quale ricorda i primi anni in cui Billy era presso di loro, che si giocava tutti i giorni nel giardino di casa.

Il passato di Billy inizia da un ospedale di Brescia. Lì c’è una donna, rimasta incinta di un uomo di cui non si saprà mai l’identità. La donna partorisce un bambino, ma non lo vuole. Vuole andar via il prima possibile da quel posto, vuole staccarsi prima possibile da quell’errore. Quasi non gli dà neppure il tempo di lasciare il suo grembo che la donna perde la ragione a tal punto che se lo trascina lungo il corridoio dell’ospedale con il cordone ombelicale ancora attaccato.

Quella è stata la prima volta in cui Billy si è sentito figlio di nessuno… non aveva passato che pochi minuti di vita.

Pur non accettandolo, la madre naturale lo riconosce, e al bambino viene dato il nome di VALERIO, cognome PARISIO, il cognome della mamma. Del padre non si saprà mai nulla. Valerio rimane in ospedale tre mesi, abbandonato, con problemi di salute, forse legati anche al trauma della nascita. Poi il destino lo porta a Iseo, da Flaminia, che non è ne parente ne conoscente. Come è stato possibile?

“La mia mamma era molto amica della assistente sanitaria, la Passeri di Iseo, mamma di Sergio e Stefano. Lei lavorava all’Ospedale dei Bambini a Brescia, quello vicino alla stazione ferroviaria. Questa aveva detto a mia mamma che all’ospedale c’era un bambino di tre mesi che aveva bisogno di assistenza e che l’aria del lago gli avrebbe fatto bene. All’inizio mia mamma non se la sentiva, era già anziana, poi acconsentì. Il bambino doveva stare qui pochi giorni, giusto per guarire da una forte forma di dissenteria… è rimasto una vita intera. Stava davvero male, io stavo in piedi fino a mezzanotte ad assisterlo, poi mi dava il cambio mia mamma la notte. Ricordo che il dottor Pessina ci diceva – andate a dormire anche voi, che questo bambino non muore, perché non è morto neppure quando sua madre lo ha partorito, trascinandolo lungo il corridoio per disfarsene”.

La seconda volta che Valerio si è sentito figlio di nessuno, aveva sei anni, quando Flaminia aveva ritenuto fosse buona cosa portarlo a Rovato, dove abitava la sua mamma naturale.

Iniziava le scuole, mi sembrava giusto farlo vedere alla mamma, fargli conoscere quel ragazzino che non aveva voluto, nella speranza che col tempo quel pensiero fosse cambiato. Mi sbagliavo. Lo accompagno a Rovato piena di speranze, ma lo stesso giorno Valerio viene rimesso sul treno e rispedito al mittente. Senza neanche accompagnarlo, senza biglietto e senza dirgli dove doveva scendere. Alla stazione di Bornato, dove c’era il cambio, scese e rimase là fino a sera, quando riuscì a far capire al capotreno chi era e dove doveva andare”.

La terza volta in cui Valerio si è sentito figlio di nessuno è stato ogni volta che iniziava la scuola. Frequentava i collegi per orfani. Come già detto, ogni anno uno diverso, sbattuto di qua e di là. Stava lì fino al termine dell’anno scolastico, poi tornava a Iseo, dalla nonna materna, ed era come cadere dalla padella alla brace.

Venne affidato alla nonna, perché io non avevo nessuna parentela. Di lavoro lei puliva i bagni del Comune, forse qualcuno se la ricorderà: una donna corpulenta, cattiva, di sicuro non una bella persona. La nonna teneva Valerio solo per andare di negozio in negozio a elemosinare qualche soldo per crescerlo. Così diceva lei, ma in realtà, una volta lasciato il bambino fuori dalla porta di casa mia, andava a spendere i soldi racimolati mangiando e bevendo nei locali del paese”.

Quella è stata la quarta volta in cui Valerio si sentì figlio di nessuno e la prima in cui si sentì usato.

Perché Valerio, ma da ora chiamiamolo Billy, in vita sua è sempre stato usato.
Non ha mai fatto male a nessuno – continua Flaminia – Non è mai stato un ladro. Lui viveva con me in casa, sapeva dove tenevo i soldi, e sono sempre rimasti lì, non ho mai trovato mancanze. Capitava che lo mandavo a fare la spesa e mi riportava il resto, sempre giusto. Qui in casa non ha mai portato nessuno. I Carabinieri qui non si sono mai visti, neanche per prendere informazioni su fatti, cose e persone. Hanno sempre approfittato di lui, come quando gente senza scrupoli gli intestò imprese fittizie facendogli firmare assegni. Ha pagato solo lui, facendo anche dei giorni in prigione, i veri malfattori e i bancari complici no di certo. Io penso lo usassero come scudo. C’era una ragazza di Cazzago, che lo invitava anche a mangiare a casa sua, poi lo prendeva con sé e andavano a Brescia. Io gli chiedevo cosa faceva con questa ragazza a Brescia, e lui mi diceva – “niente, vado con lei, le tengo la giacca, la borsa, queste cose”. Da quel giorno gli ho detto: “tu con quella lì non vai più da nessuna parte”. Veniva anche qui al Verziere a cercarlo. Lui le voleva bene, probabilmente era innamorato. Si seppe poi che la ragazza spacciava la polverina in città”.

Billy non era cattivo, non lo è mai stato, anche se aveva il diritto di diventarlo – racconta Giuseppe. Con tutto quello che ha passato, con tutte le delusioni e umiliazioni subite, è stato fin troppo bravo. Certo, non era un santo, ma amava leggere, passava ore in biblioteca e i pochi soldi che aveva li spendeva in libri che poi prestava ai giovani e meno giovani. Fosse stato il destino più benevolo con lui, forse avrebbe studiato, sarebbe diventato un professore universitario, si sarebbe fatto una posizione, sarebbe almeno stato una persona normale. Bisognerebbe imparare a camminare nelle scarpe degli altri prima di giudicarli. Avesse avuto una mamma e un papà che gli volevano bene, una nonna e delle sorelle che lo facevano sentire qualcuno, un collegio che insegnava a stare al mondo. Invece ha avuto il peggio da ogni cosa”.

La mamma, quando da Rovato si è spostata a Clusane, qualche volta la facevamo venire qui, per parlarci insieme, per stringere con lui un minimo di rapporto. Ma lei stava lì, seduta, non ci parlava neppure insieme, non gli ha mai portato neppure una caramella. Poi lei ha avuto altre due figlie, sorellastre quindi di Billy. Lui, su nostra sollecitazione, aveva provato a conoscerle. Dopo mille esitazioni un giorno si era deciso ed era andato a casa loro, ma tornò a testa bassa, umiliato, dicendoci:
“Non voglio più saperne nulla, non ditemi più di provare ad andare a trovarle”
.

Ecco servita la quinta volta in cui Billy si è sentito figlio (e fratello) di nessuno.

Quando Billy ha raggiunto la maggiore età ovviamente non poteva più stare nei collegi. Prima andò ad abitare in castello, dalla nonna, poi Il Comune gli diede una stanza sotto il municipio, quella dove una volta c’era la ricevitoria del lotto e in seguito il magazzino dell’edicola. Quella piccola stanza era stata arredata con dei mobili nostri che ci risultavano d’avanzo. Un giorno accadde che i vigili trovarono nella stanza qualcosa che non doveva esserci, e che di sicuro qualcuno aveva affidato a Billy approfittando della sua ingenuità.

La stanza venne svuotata completamente, e portarono via anche tutto il nostro mobilio. Ma noi non avevamo voce in capitolo perché, come detto, non eravamo parenti, non potevamo pretendere nulla. Poi però i Carabinieri e il vigile Marcuccio vennero a casa mia, a chiedermi se potevo tenerlo io Billy, anche a dormire, per sempre, che loro non sapevano proprio a chi affidarlo. Io risposi di sì, ma non volevo che venisse usato il mio indirizzo, perché non volevo avere problemi. La residenza doveva essere ancora al municipio”.

Per cinque o sei anni Billy di lavoro ha fatto il fabbro, da Baiana e non solo. Poi lo hanno lasciato a casa, perché ne combinava di tutti i colori. Il periodo in cui lavorava ha coinciso con quello in cui la nonna lo teneva a vivere con lei in castello, per il semplice motivo che gli portava via lo stipendio che prendeva come fabbro (ogni commento è superfluo).

Venne licenziato e lei lo cacciò di casa. Una sera lo trovammo a dormire sotto il portico di casa nostra, semicongelato. Da quel giorno lo tenemmo per sempre qui da noi, ricavando prima una stanza dal garage che avevamo realizzato chiudendo il portico stesso, poi in un seminterrato, sempre nella stessa casa, una cantina dalla quale abbiamo ricavato due stanze arredate bene, con tutto il necessario: letto, cucina, gas, riscaldamento. Dal Comune non ho mai avuto un rimborso o sostegno, anche le bollette che arrivavano le ho sempre pagate io. E’ pur vero che io non ho mai chiesto nulla a nessuno”.

Billy fino a 10/12 anni fa è stato assistito totalmente da Flaminia, poi dal Comune arrivarono almeno i pasti a domicilio gratuiti. Solo ultimamente era riuscito a ottenere il reddito di cittadinanza, ma anche in questo caso Flaminia è sempre stata all’oscuro, non sapeva neppure quanto prendeva e dove tenesse quella tessera gialla.

Lei gli faceva da mangiare, lavava e stirava. Lo teneva ordinato. Gli intimava di cambiarsi, di lavarsi. Gli orari del pranzo e della cena dovevano essere rispettati.

Quando lo hanno trovato morto, l’unica consolazione che ho avuto è stata apprendere che sotto era pulito e in ordine. Lui aveva un aspetto trasandato, sembrava uno zingaro, con la barba e senza denti, ma in realtà è sempre stato pulito e seguito” – dice commossa Flaminia – “Veniva a casa, mangiava e poi subito ripartiva. Era sempre in giro, anche col covid non riuscivi a tenerlo a casa. Ma le regole che davo le rispettava. Ogni tanto brontolava, ma alla fine le seguiva. Poi certo, c’erano i giorni sì e c’erano i giorni no, come capita a tutti. Quante volte gli ho detto: “Va föra dalle scatole” e lui mi rispondeva “noi endoe, ma sà còpe!”. In realtà non ho mai avuto il coraggio di mandarlo via. Quando lo sgridavo non aveva la cattiveria di rispondere. Prendeva la sua bici e partiva. Poi quando tornava tutto era passato. Era un rapporto madre figlio. Gli dicevo sempre: “Dai che sono vecchia, datti una svegliata, sistema il letto, dammi una mano”.

E’ stato più lui che io con mia mamma” dice Beppe Carrara – “Aveva i suoi lavoretti da fare: la raccolta delle uova, col cane che gliele rubava. Portare l’immondizia e il vetro nei cassonetti. Pulire il giardino. Scopare fuori. Piccole mansioni che era in grado di fare. Certo, doveva essere indirizzato, perché da solo non ci arrivava, non aveva autonomia decisionale. Era da queste piccole cose che si capiva quanto era stato devastante sentirsi figlio di nessuno per tanti anni. Il Comune poteva fare sicuramente di più per lui, come del resto ha fatto anche per altre persone in difficoltà, dando loro dei piccoli lavori da fare a Casa Panella, facendoli sentire parte di un qualcosa. Ma, a differenza di questi, Billy non aveva dei parenti che potevano farsi sentire, fare richieste, rompere le scatole. Noi non potevamo farci niente. E’ stato sempre un invisibile. Anche quando aveva il problema all’anca è stata Flaminia ad andare in Comune per far presente della situazione. Quando doveva andare a Ome per le visite per lui gli automezzi dei servizi sociali non c’erano mai, e toccava a me prendere le ferie dal lavoro per accompagnarlo in clinica”.

Ultimamente Flaminia era preoccupata, perché dall’alto dei suoi 88 anni si chiedeva chi avrebbe pensato a Billy una volta che lei sarebbe passata a miglior vita. Si era capito da tempo che sul Comune e sui servizi sociali non si poteva contare. Ci ha pensato proprio lui, Billy, a risolvere il problema, andandosene in silenzio, in sella alla sua bici.

La mamma e le sorellastre dovrebbero essere ancora in vita – afferma Giuseppe – ma non si sono più viste e non si sa neppure se lo sanno che Valerio è morto, probabilmente non interessa neanche. Con amarezza devo rilevare che anche morendo non ha trovato pace e dignità. Quando si è sentito male non sapevamo neppure dove lo avevano portato, se era morto oppure se era ricoverato in gravi condizioni. E’ morto nel pomeriggio, ma noi fino alle otto di sera non abbiamo avuto notizie. All’ospedale dicevano di non sapere nulla, nessuna sensibilità di fronte alle suppliche di una donna di 88 anni comprensibilmente agitata come può esserlo una madre che perde un figlio. Ma Flaminia non era sua mamma e noi, di nuovo, non eravamo parenti, non eravamo nessuno. In merito poi al funerale, a livello comunale e di servizi sociali sono successe cose che davvero ci hanno deluso. Ancora oggi quando ci penso rimango sconcertato. Dobbiamo ringraziare solo il Sindaco Marco Ghitti e il Parroco Don Giuliano per essersi spesi personalmente affinchè Billy avesse un funerale degno di una persona umana e cristiana. Billy non meritava di essere trattato come l’ultimo degli ultimi anche nel giorno dell’addio, e ciò è stato ampiamente dimostrato dai tantissimi attestati di solidarietà e di vicinanza della gente, dei ragazzi, persone di tutte le età e di ogni classe sociale, ognuno dei quali conserva un ricordo, un episodio una poesia o un semplice saluto di Billy”.

Flaminia ascolta in silenzio lo sfogo di Giuseppe, poi dà uno sguardo alla fotografia appesa al muro, e conclude questa intensa chiacchierata con una semplice quanto significativa considerazione:

Per fortuna sono riuscita a vederlo un’ultima volta prima che chiudessero la bara. Era bello, davvero bello. Lo avevano sistemato davvero bene quelli delle pompe funebri. Sono contenta, perchè ho capito che se ne è andato via sereno”.

Parole semplici e struggenti, che possono venire solo da una persona che ha voluto sinceramente bene a un’altra persona, trattandolo come un figlio…. figlio di qualcuno.

Due mesi sono già passati

Oggi Billy riposa nelle terre del cimitero di Pilzone. La sua bici e lo zaino che aveva con sé quando il cuore ha ceduto, ce l’hanno i vigili. I libri e le agende con tutte le sue poesie, i racconti e i pensieri, sono stati portati al Circolo dei lavoratori di Iseo, a disposizione di chi volesse leggere o comprendere Billy da quello che scriveva. Due scatole piene di rime, a volte indovinate, altre volte improbabili, che il “poeta del Sebino” faceva passare col comodo alibi di “licenza poetica”.

In questi due mesi ho ricevuto tantissime testimonianze e conosciuto anche persone nuove. Ho ricevuto molti complimenti per i miei scritti, e per questo ringrazio. La cosa che però mi ha sorpreso più di tutte è la pioggia di sentimenti che è seguita alla scomparsa di Billy e al vuoto lasciato. Paradossalmente la frase infelice apparsa sui social che ha scatenato un putiferio nei giorni successivi, ha avuto effetti quasi benefici, nel senso che ha smosso davvero un desiderio di testimonianze positive e di approfondimento del passato di Billy, e spero che questo articolo sia servito a qualcosa.

Una lapide per Billy

E’ per questo che un nutrito gruppo di amici, ha avanzato la proposta di una raccolta fondi volta a regalare a Billy una lapide che verrebbe posizionata in occasione del primo anniversario dalla sua morte.

E magari promuovere sui social una raccolta di fotografie dalle quali scegliere la migliore per essere posizionata sulla lapide stessa.

Sul prossimo numero saremo sicuramente più precisi ed esaustivi. Per il momento lascio la mail per eventuali proposte e suggerimenti:

piacereiseo@libero.it

Gianluca Serioli

PUNTO D’INCONTRO nr.106